Articolo 33 n. 4/2009
Edizione del 30/04/2009
Tempi moderni/25 aprile
Leo Valiani nel centenario della nascita
Da "Ragazzo rosso" a "Padre della patria"
David Baldini
“Una grandissima intelligenza operativa e un rigore morale al di fuori di ogni enfasi ne fecero un inestimabile dirigente della Resistenza. [...] Egli mi ricorda quei fiori che crescono e splendono solo nella tempesta”
Vittorio Foa
Leo Valiani, il cui vero nome era Leo Weiczen, nasce a Fiume il 9 febbraio 1909 da una famiglia ebraica di origine ungherese, animata da forti sentimenti italiani. Dopo aver trascorso i suoi primi anni nella città natale (dove svolge, tra l’altro, l’attività di cronista sportivo), aderisce in età assai precoce alla causa dell’antifascismo e, nel 1926, si trasferisce a Milano. Qui, non ancora diciottenne, ha modo di frequentare taluni esponenti del Partito socialista, adoperandosi nella diffusione militante de “Il Quarto Stato” di Carlo Rosselli e Pietro Nenni nella Venezia Giulia. In ragione del suo impegno, nel febbraio 1928, viene arrestato e condannato dal Tribunale speciale: prima al carcere (otto mesi), poi al confino nell’isola di Ponza (dove, nel 1929, aderisce al PcdI).
Dal Partito Comunista al Partito d’Azione
Arrestato una seconda volta nel febbraio 1931, viene condannato a dodici anni e sette mesi di reclusione per ricostituzione del Partito comunista. A seguito di un’amnistia, ne sconta cinque e nel marzo 1936 torna in libertà. Si trasferisce a Parigi, dove diventa redattore del settimanale “Il grido del popolo”, diretto da Teresa Noce.
Nel settembre di quello stesso anno si reca, come giornalista, in Spagna e, nel pieno della guerra civile, contribuisce ad organizzare, sotto la guida di Luigi Longo, il primo contingente di volontari delle Brigate internazionali. Rientrato in Francia (estate del 1937), inizia la sua collaborazione al quotidiano “La voce degli italiani”, fondato da Giuseppe Di Vittorio.
Due anni dopo, però, si trova di nuovo a navigare in acque tempestose, non solo per il Patto di non aggressione russo-tedesco (23 agosto 1939), ma anche per la promulgazione, da parte del governo Daladier, dei famosi provvedimenti anticomunisti. A causa di questi viene internato, insieme ai suoi compagni di lotta, nel campo di Le Vernet d’Ariège che, controllato dalla Gestapo, era giudicato da Koestler come “il peggiore della Francia”. Ma sarà proprio qui che, nel 1940, verrà espulso dal Partito comunista: l’accusa è quella di aver criticato la politica estera attuata dall’Urss e di aver protestato per la mancata riabilitazione dei “trockijsti”. A riprova di quanto tuttavia, in quel contesto, contassero la stima e la considerazione personale, premesse indispensabili per la creazione della futura unità antifascista, c’è il giudizio di Giorgio Amendola: “Leo Valiani, portato dalla critica a Stalin e dal patto russo-tedesco a rompere con il partito, lo fece solamente quando, già rinchiuso nel campo del Vernet, potè dimostrare il suo coraggio individuale, rifiutandosi di essere liberato con i non comunisti”. In ottobre di quell’anno, con l’aiuto del movimento di “Giustizia e Libertà”, riesce a lasciare il campo e a raggiungere il Messico.
Torna in Italia nel 1943, ma si mette di nuovo in viaggio: questa volta la sua mèta è l’Inghilterra, dove si reca per stabilire i necessari contatti con il “War Office” (Ministero della guerra) in vista di un futuro cambio di alleanze da parte dell’Italia. Dopo vicissitudini varie, viene spedito nell’Africa del Nord, dove si trovava l’esercito britannico, già vittorioso sulle truppe tedesche (AfriKa Korps) del feldmaresciallo Erwin Rommel. Si reca prima a Marakesch, poi a Orano, dove, a fine agosto del ’43, indossa l’uniforme inglese. Giunto infine ad Algeri, non si esime dal confessare di mangiarsi il fegato “nella snervante attesa”. Ma è questione di giorni. Proprio al Algeri lo raggiunge la notizia tanto attesa: “La sera dell’8 settembre non mi trovo nell’accampamento: sono in città, in libera uscita. Incontro il colonnello Crochot, nostro conoscente londinese, che mi abbraccia e mi dà la notizia dell’armistizio”.
Al termine di una vera e propria odissea, nell’ottobre di quell’anno, riesce a raggiungere Roma e, dopo aver avuto modo di conoscere i principali esponenti del Partito d’Azione, vi aderisce. Inviato in novembre a Milano, come segretario del partito azionista per l’Alta Italia, svolge un ruolo di primo piano collaborando con Ferruccio Parri alla costruzione di un comune fronte antifascista. Nel contempo, dirige (dal 1944 al 1945) “L’Italia libera”, organo attraverso il quale il Partito diffonde le proprie idee e il proprio programma. Chiamato dal giugno 1944 a sostituire Parri nella guida del Clnai, il 25 aprile 1945 è tra i firmatari dell’ordine di insurrezione.
Subito dopo la conclusione della guerra è eletto deputato alla Costituente. Ma, dopo lo scioglimento del Partito d’Azione (ottobre 1947), si ritira dalla politica attiva per dedicarsi ad una intensa attività di ricerca. Come prova di tale impegno ci ha lasciato, oltre al “diario” autobiografico Tutte le strade conducono a Roma. Diario di un uomo nella guerra di un popolo, opere storiche di grande respiro aventi come tema specifico la Resistenza e la storia del movimento operaio. Saggista ed editorialista affermato, collabora anche a diverse testate, tra cui ricordiamo “Il Mondo”, “L’Espresso”, il “Corriere della sera”.
Nominato dal 1980 senatore a vita sotto la presidenza di Sandro Pertini, si spegne a Milano il 18 settembre 1999.
Vittorio Foa, suo compagno di lotta e di partito, ha ripercorso – con l’essenzialità di un epitaffio – la parabola umana, politica ed intellettuale con queste parole: “La sua cultura mitteleuropea è fortemente segnata dalla storia del movimento operaio. Come giovane comunista è stato condannato due volte dal Tribunale speciale fascista e ha fatto molti anni di carcere. Poi è andato in esilio in Francia e in Spagna. Nel 1939 il rifiuto del comunismo stalinista e l’amicizia con Aldo Garosci e Franco Venturi lo portarono a ‘Giustizia e Libertà’. Una grandissima intelligenza operativa e un rigore morale al di fuori di ogni enfasi moralistica ne fecero un inestimabile dirigente della Resistenza. Dopo la guerra Valiani si ritrasse dalla politica di primo piano. Egli mi ricorda quei fiori che crescono e splendono solo nella tempesta e poi, arrivato il sereno, si chiudono in se stessi e quasi chiedono di essere dimenticati”.
Un “diario” tra cronaca politica e racconto
Quali che fossero le reali intenzioni di Leo Valiani, il personaggio non può essere dimenticato. La sollecitazione a ricordarlo ci viene dal suo primo libro, Tutte le strade conducono a Roma, nel quale il racconto personale di una vita si staglia su uno sfondo storico ad alta intensità drammatica. Il libro, concepito come diario (Diario di un uomo nella guerra di un popolo, come recita il sottotitolo), fatte salve le poche parti inevitabilmente caduche, ha il merito di illuminare, con la giusta enfasi, le peripezie di un militante cui è toccato in sorte di operare in uno dei periodi più cruciali della nostra storia recente: quello che va dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.
Ai caratteri tipici del “genere” memorialistico, però, altri se ne devono aggiungere, quali ad esempio l’interesse costante dell’Autore per i particolari, che evidenzia in lui il cronista; l’impegno morale del combattente, che lascia intuire il futuro testimone; la curiosità vivissima per la dinamica dei fatti, che fa già presagire lo storico. Non a caso la tensione verso un continuo aggiornamento aveva spinto Valiani ad andare ben oltre il preventivato 25 aprile 1945: egli, infatti, sfruttando il tempo a sua disposizione precedente la pubblicazione, non esiterà a spostare il terminis ad quem fino al luglio 1946. Ce lo attesta il capitolo finale, Epilogo, che è anche prologo, scritto nel periodo “gennaio-luglio 1946”. Valiani, insomma, pur di non trascurare eventi significativi nella nostra storia – quali sicuramente furono la scelta referendaria a favore della repubblica, o l’ormai “nota scissione nel partito d’azione” –, non resiste alla tentazione di citarli, fosse pure per concedere loro lo spazio ristretto di una chiosa.
Sulla scorta di questi elementi non ci sembra azzardato affermare che il libro è più che un diario. Del diario presenta taluni tratti ineliminabili (non esclusi, ad esempio, i riferimenti a fatti privati); è anche racconto perché si dispiega nel racconto di eventi rappresentati nella loro realtà “oggettiva”, anche ad onta della frammentarietà implicita nella loro natura eminentemente evenemenziale.
Del resto, della natura ancipite del suo libro appare lucidamente consapevole lo stesso Autore, il quale, non a caso, ci avverte nella Prefazione: “Questa non è la storia della nostra guerra di Liberazione. […] è un diario, nel quale si danno più dettagli della battaglia contro la Gestapo e dei lunghi preparativi dell’insurrezione, che non della lotta militare vera e propria”.
Ma allora, se la questione investe i “dettagli”, in che senso si può sostenere che Tutte le strade conducono a Roma conserva ancora tratti di “attualità”? A nostro avviso, le ragioni sono almeno tre.
In primo luogo c’è la natura pedagogica del libro. Esso rientra infatti in quel “genere” memorialistico – rappresentato dal racconto scritto o dal racconto orale, dal diario o dall’epistolario – che tende non solo a rappresentare i fatti come essi si sono effettivamente svolti, ma anche implicitamente a esaltare quell’etica del sacrificio cui si ispirarono molti antifascisti. Comune a tutti fu infatti l’ansia di dimostrare che, quale che sia la durezza dei tempi – come ci è attestato dalla drammatica alternanza di cospirazioni e di arresti, di emigrazione e di confino –, è sempre possibile coniugare insieme, in armonia con i propri ideali, la sfera del “privato” con quella del “pubblico”, il bene personale con quello comune. Il prezzo della libertà, essi ci dicono, non è insomma mai troppo alto per non valere quei sacrifici. A dimostrarcelo c’è proprio l’esempio di Valiani, il quale attuò la sua “scelta di vita” in età precoce. In Tutte le strade conducono a Roma egli ci informa, lapidariamente e quasi con pudore: “Avevo quattordici anni, quando incendiarono la Camera del Lavoro della mia città. Due giovani operai, che tentavano di difenderla, furono arsi vivi. Quel giorno diventai antifascista”. Basta questo dato autobiografico a iscriverlo, di fatto e di diritto, a quella esigua, ma eletta, schiera di “ragazzi rossi”, i cui nomi più belli sono quelli di Bruno Trentin, Giancarlo Pajetta, Giorgio Amendola e Sandro Pertini.
In secondo luogo, c’è l’importanza accordata al sentimento per la politica, sempre vissuto da Valiani alla stregua di un vero e proprio Sturm und drang. Per comprenderne davvero l’essenza, lo si confronti con quello di opere analoghe, quali ad esempio Un popolo alla macchia di Luigi Longo o Lettere a Milano di Giorgo Amendola, nelle quali la scrittura è tenuta a freno da una maggiore esigenza di razionalità e di controllo. E tuttavia Valiani, consapevole com’è del fatto che ogni visione soggettiva finisce prima o poi per afferire alla sfera del sentimento, onde dissipare ogni equivoco tra cronaca e storia avverte il lettore nella Prefazione: “La storia conviene scriverla a maggior distanza di tempo e la scriverà meglio, probabilmente, chi non sia stato attore del dramma”.
In terzo luogo, c’è la natura vera e propria del racconto. Questo, scritto di getto, oscilla di continuo tra diario e narrazione pura, di continuo insidiato da una dose eccessiva di notizie e di informazioni, spesso scarsamente cogenti. è come se l’Autore, trovandosi di fronte all’alternativa tra perseguire un superiore ordine fatto di equilibrio e di moderazione o assecondare il ritmo incalzante degli event, avesse scelto quest’ultima via. E tuttavia, pur abbandonandosi all’empito della passione, egli riesce ad evitare le insidie della retorica. Semmai, il limite del libro va visto altrove: ovvero nello scarto esistente tra le esigenze proprie del diario e il necessario rispetto della periodizzazione. Non a caso questa è qua e là infranta dall’uso insistito del flash back, che però è un’esigenza dettata più da ragioni pratiche che letterarie. Del resto, come avrebbe potuto un semplice artificio retorico consentire di annodare i complicati fili che uniscono il presente con il passato, facendoli per di più interagire virtuosamente tra di loro?
La crisi del Partito d’Azione e la moderna crisi della “forma-partito”
Ma c’è anche un altro aspetto di cui tener conto: il travaglio del Partito d’Azione, dalla nascita alla fine. Esso sembra inscriversi in quel generale processo di crisi che, a fasi alterne, attraversò un po’ tutti i partiti democratici del secolo scorso, fino a divenire emblematico con la fine del bipolarismo e la caduta del muro di Berlino. Su di esso sembra gettare un po’ di luce proprio il libro di Valiani. Dal suo racconto sappiamo che egli, dopo aver percorso il tratto Salerno-Roma a piedi, giunto finalmente nella capitale il 9 ottobre 1943, subito aderisce al P.d’A.: “Era naturale che io mi inquadrassi immediatamente nel Partito d’Azione. Esso aveva assorbito il movimento di ‘Giustizia e Libertà’, al quale io avevo aderito all’estero. Tuttavia, la tesi di Emilio Lussu sulla completa identità di ‘Giustizia e Libertà’ e il partito d’azione mi lasciava perplesso, dacché a Roma cominciavo a conoscere concretamente quest’ultimo.
Quel che in ‘Giustizia e Libertà’ mi aveva affascinato, era la sua audacia intellettuale, il suo sforzo volto a riconciliare, in una sintesi superiore, il marxismo e il movimento operaio con la grande filosofia liberale dell’Ottocento”.
E' già presente, in queste parole, la necessità di procedere a forme di “fusione” tra forze politiche e culturali di tradizioni diverse, onde meglio corrispondere agli incalzanti cambiamenti delle società moderne. Non a caso la polemica finiva per riguardare i partiti democratici tradizionali, preesistenti al fascismo, in quanto, a giudizio dell’Autore, “continuavano a rappresentare vetusti, rispettabili, ma particolaristici interessi che limitavano il loro orizzonte spirituale, attutivano il loro senso del Nuovo”. Nella fattispecie, il vecchio era rappresentato dal Partito Socialista, cattolico-popolare, demo-liberale, mentre il “Nuovo” era costituito da “Giustizia e Libertà”. Già allora, non sfugge tuttavia a Valiani che se il concetto di “Nuovo” non viene contestualizzato e riempito di contenuti, è destinato a rimanere puro velleitarismo. E proprio sulla necessità di questa interazione si svolge in quegli anni il dibattito interno al Partito d’Azione, da cui emergono due posizioni.
La prima, di natura ideologica, investiva la continuità tra Giustizia&Libertà e il Partito d’Azione. In realtà, ad essa era sottesa un’altra questione, sempre all’ordine del giorno dei partiti democratici: il rapporto che necessariamente deve intercorrere tra teoria e prassi, pensiero e azione, passato e presente.
La seconda, di natura pratica, da ricollegare alla prima, riguardava lo spazio politico che gli azionisti ritenevano di dover riservare per sé, nell’ambito della più generale area della “sinistra”. Fino ad allora, infatti, il reclutamento era stato rivolto un po’ a tutti i ceti, ma in particolare a “liberi professionisti, professori, funzionari di banca e impiegati”. Di qui il contrasto che contrappose, in una certa fase, Emilio Lussu – per il quale il partito avrebbe dovuto impegnarsi, in una lotta senza quartiere, a “spazzare il passato nei suoi uomini e nei suoi istituti” – e Luigi Salvatorelli, il quale, ricorda Valiani, “ci definiva come un partito socialista autonomista”, e ciò ad onta della presenza di ben altri due partiti socialisti (quello comunista e quello di Saragat e Nenni).
Salvatorelli insomma riteneva “che, oltre a quello marxista, non vi fosse posto in Italia per un altro partito socialista, e che quello d’Azione dovesse essere un partito semplicemente ma integralmente democratico, che realizza quel tanto di esigenze socialiste che la situazione politica e sociale del paese rende volta a volta, caso per caso, urgenti e opportune”.
Al di là della polemica, il dato davvero dirimente era costituito dal modo con il quale affrontare la machiavelliana “realtà effettuale”: da una parte c’erano infatti coloro che, in nome del “realismo”, pensavano si dovesse ripiegare, seppure momentaneamente, su questioni più ideali in senso giellista; dall’altra c’erano coloro che, interpretando quel “realismo” come una abiura a quegli ideali, ne facevano una questione strategica, in quanto il sacrificio dell’“oggi” – ai loro occhi – avrebbe finito per prefigurarsi come la rinuncia al “domani”. Non sorprende la posizione “terzista” alla quale Valiani dice di essersi ispirato, riservandosi di operare “fra quegli strati del popolo che non se la sentono di aderire al socialismo proletario. Per me, questo significa lavorare ‘in partibus infidelium’ e mi attira proprio per questo”.
Metafora o realtà?
In Tutte le strade conducono a Roma, non è la metafora a sostituire la realtà; è piuttosto questa a travestirsi in metafora. Basti pensare, ad esempio, al tema del “viaggio”.
Questo, ben lungi dall’essere metaforico, con la sua sequela pressoché ininterrotta di “partenze” e “ritorni” – da casa alla clandestinità, dal confino all’estero, dalle carceri fasciste alla lotta resistenziale – è tragicamente reale.
La stessa conclusione del libro sembra confermare questa metaforizzazione. Racconta Valiani: “Ai primi di maggio andiamo a Roma per chiedere le dimissioni del governo Bonomi, che rappresenta il passato del Paese ed esigere la formazione di un governo della Costituente, del rinnovamento necessariamente repubblicano. Parri ne sarà il primo presidente”.
A condividere il sogno di un’Italia migliore, in quel 5 maggio 1945, c’erano, sull’aereo proveniente da Milano, gli uomini del Clnai (Rodolfo Morandi del Psiup, Giustino Arenasi del Pli, Achille Marazza della Dc, Leo Valiani del Pd’A, Emilio Sereni del Pci e Sandro Pertini del Psiup) . Non manca neppure, oltre al rassicurante detto popolare secondo il quale “tutte le strade portano a Roma”, il segno augurale che consentiva di ricongiungere, sul piano simbolico, l’inizio con la fine: Scrive l’Autore: “Dall’aeroplano che trasporta il Clnai a Roma si scorge, verso la fine del viaggio, il piccolo Lago di Martignano, nei pressi del quale abbiamo avuto nell’ottobre del 1953, il nostro primo aviolancio”. Nonostante le contraddizioni interne, nulla faceva ancora prevedere la fine prematura del Pd’A. E invece, battuto di lì a poco alle elezioni, quel partito sarebbe scomparso dalla vicenda politica italiana. Scrive a tale proposito Gabriele De Rosa: “Il governo presieduto dall’azionista Ferruccio Parri, che avrebbe dovuto garantire l’inizio dei tempi nuovi, cioè delle radicali riforme di struttura dello Stato, non riuscì a superare la diffidenza degli alleati e i sospetti delle forze moderate. La sua crisi affrettò l’altra crisi del partito che si scisse nel congresso nazionale del febbraio 1946”.
La stessa dignitosissima conclusione dell’Epilogo, sembra rassomigliare più a un congedo che a un vero programma politico per il futuro: “Siamo fieri di averlo fatto con assoluto disinteresse. Così abbiamo il diritto di resistere al presente di quelle democrazie, in nome di un futuro più profondamente democratico, che non apparterrà più ai vincitori soltanto, ma ai vincitori e ai vinti”.
Non a caso, in “una mite domenica di maggio del 1975”, Valiani confidava ad Arturo Colombo: “Ce lo avevano dimostrato mezzo secolo fa gli studi di Pareto, di Max Weber, di Michels: i partiti sono necessariamente dei corpi diretti dai loro stessi funzionari, e tanto più lo sono, quanto più diventano partiti di massa. Che facciano pure il loro mestiere, quando si tratta di influenzare gli elettori e incanalare le loro scelte al momento del voto; che dispongano pure di mezzi leciti per queste loro attività, a cominciare dal finanziamento pubblico, di cui sono sempre stato convinto sostenitore. Ma questi partiti non pretendano di fagocitare, o addirittura confiscare i poteri sovrani, che spettano agli organi dello stato. Altrimenti, eccoci davanti le gravissime conseguenze di questa mancata rivoluzione democratica, che noi de ‘L’Italia libera’ abbiamo sempre paventato, e che adesso abbiamo sotto gli occhi”.
Ad onta delle sue miserie, la politica, quando è vera politica, non manca di una sua straordinaria grandezza, a prescindere – a volte – dalla realizzazione o meno degli ideali ai quali i suoi protagonisti si ispirano. Essa può anche compiere il miracolo, come nel caso di Valiani, di assurgere alle vette di una lungimiranza che sembra sconfinare nel profetismo. Non a caso egli aveva combattuto la sua “buona battaglia”, percorrendo – tutta intera – la strada (accidentata) che, da “ragazzo rosso”, lo aveva portato a divenire “padre della patria”.
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