Articolo 33 n. 4/2009
Edizione del 30/04/2009
Tempi moderni/25 aprile
La specola e il tempo
Da Giustizia e Libertà al Partito d`Azione
Oriolo
Il Partito d’Azione, fondato nel 1942-43, va considerato come la filiazione diretta di Giustizia e Libertà, il movimento politico fondato a Parigi nel 1929 da Carlo Rosselli e da Emilio Lussu. E tuttavia, a ben vedere, le sue radici risalgono a qualche decennio prima, rinviando, per il Novecento, a Piero Gobetti e Gaetano Salvemini e, per l’Ottocento, addirittura a Mazzini. Di conseguenza il movimento, nato per superare gli steccati ideologici e i condizionamenti dei socialisti, rimarrà a lungo confinato entro limiti puramente teorici.
Il definitivo passaggio alla prassi si verificherà, nel 1936, in occasione dello scoppio della guerra civile spagnola. In essa Rosselli ravviserà l’occasione propizia per tradurre finalmente il volontarismo in azione. Anche ai suoi occhi, infatti, la lotta degli antifascisti in Spagna avrebbe finito per assumere un carattere più generale, finendo per riguardare inevitabilmente, oltre la libertà Spagna, anche quella, conculcata, dai regimi fascisti europei. Forti di questi ideali, confluiranno nel Pd’A uomini non solo di GL, ma anche di diver sa altra provenienza, come ad esempio gli esponenti del movimento liberal-socialista, fondato nel 1936-37 da Aldo Capitini e Guido Calogero. Sul problema di tale “confluenza” così si è espressa, in tempi recenti, Elena Aga Rossi: “Si potrebbe affermare che il Pd’A, come GL, si costituì perché vi era il fascismo, come reazione cioè a quello che il fascismo aveva significato e determinato nella vita politica italiana. Questa esigenza di rinnovamento, fondata sulla critica delle istituzioni e dei partiti del periodo prefascista, costituisce l’aspetto rivoluzionario ed eversivo comune a GL e il Pd’A” (E. Aga Rossi, Il Movimento Repubblicano. Giustizia e Libertà e il Partito d’Azione, Cappelli, Bologna 1969).
E dunque, se da una parte la pluralità degli indirizzi che convivevano all’interno del partito era il segno di una indubbia ricchezza, dall’altra era però la spia di un inevitabile limite, come giustamente sottolinea Gabriele De Rosa: “Questa varietà di posizioni, se fu segno dell’originalità del P.d’A., fu anche causa della sua interna debolezza e della sua rapida crisi finale. Cosa avrebbe dovuto essere il P.d’A.: un nuovo partito socialista, più ampio e comprensivo di tutte le correnti del socialismo italiano o un partito radicale, moderno nella sua concezione dello sviluppo economico?” (G. De Rosa, I partiti politici in Italia, Minerva Italica, Bergamo 1980). Ciò non toglie che il P.d’A., dopo l’assassinio di Rosselli, evolverà in senso decisamente positivo fino a sottoscrivere (il 3 marzo 1943) l’accordo di Lione, con il quale ci si impegnava a realizzare un processo di unificazione socialista con Pci e Psi Sarà questa la premessa sulla quale si realizzerà la successiva lotta unitaria – ad onta dei complessi rapporti che caratterizzeranno il Pd’A e il Cln – contro il nazifascismo. è stato dunque proprio questo il cemento in virtù del quale sarà possibile che uomini di diversa matrice politica e culturale (quali - tra gli altri - Riccardo Bauer e Tristano Codignola, Mario Dal Pra e Vittorio Foa, Aldo Garosci e Ugo La Malfa, Guido Dorso e Riccardo Lombardi, Emilio Lussu e Ferruccio Parri, Leo Valiani e Altiero Spinelli, Manlio Rossi Doria e Franco Venturi) riescano a condividere ideali comuni, fino a Liberazione avvenuta. Subito dopo, però, si verificherà quanto - già nel 1944 - aveva preconizzato Gaetano Salvemini, il quale, scrivendo dall’America a Piero Calamandrei gli faceva osservare: “Il Pd’A è formato da elementi eterogenei tenuti insieme dalla necessità della lotta comune contro un nemico comune. Esaurita quella fase, mi pare che ognuno dovrebbe andarsene col suo partito… volendo continuare a stare stretti insieme quando non c’è più motivo di stare stretti insieme, aumentate senza bisogno il numero dei partiti, create confusione…” (in G. Salvemini, Lettere dall’America, vol. I, a cura di N. Valeri e A. Merola, Feltrinelli, Milano 1965). Come non vedere, in queste parole, l’anticipazione di quanto, di lì a poco, sarebbe puntualmente avvenuto? Il Pd’A infatti, scioltosi nel 1946 subito dopo il suo primo ed ultimo Congresso, vedrà la diaspora dei suoi esponenti più illustri, i quali o migrarono nel Psi, o ripiegarono su posizioni laiciste e terzoforziste, o infine entreranno nelle file della sinistra moderata. Finiva così, per dirla con Emilio Lussu, “il periodo storico delle speranze e delle illusioni di tutta un’epoca”.
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