Articolo 33 n. 9/2009

Edizione del 30/09/2009

In primo piano

Elezioni Rsu scuola 2009
Chi ha paura della democrazia

Maurizio Lembo

Il governo Berlusconi fa di tutto per dividere i sindacati e costruirsi delle parti sociali “amiche”. È questo purtroppo il senso degli accordi separati. Misurare la rappresentatività dei sindacati in base al gradimento dei lavoratori dà fastidio a chi teme il confronto con la realtà
L'accordo del 23 luglio 1993, stipulato fra governo e parti sociali, è ormai consegnato alla storia delle relazioni industriali. Il titolo era esplicativo: “Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione, sugli assetti contrattuali, sulle politiche del lavoro e sul sostegno al sistema produttivo”.
Ma, dato che la storia non sempre produce esperienza, ora si procede per accordi separati. È significativo quanto accaduto il 30 ottobre del 2008: quando ancora le strade di Roma erano invase dalla manifestazione unitaria contro i provvedimenti del Governo sulla scuola, Cisl, Uil e altre sigle minori sottoscrivevano un accordo che stanziava solo briciole per il rinnovo dei contratti pubblici. Il “padre” di tutti gli accordi separati, però, è quello del 22 gennaio 2009, quando Governo, Confindustria, Cisl, Uil e altri sottoscrivono un testo che seppellisce definitivamente l’accordo del ’93 e consolida la stagione dell’attacco al ruolo del sindacato e della contrattazione fra le parti sociali. Prima ancora, si ricorderà, il cosiddetto “Patto per l’Italia”, con il roboante sottotitolo “Contratto per il Lavoro. Intesa per la competitività e l’inclusione sociale”, iniziava con la frase: “Governo e parti sociali assumono …”. Ma quali parti sociali? E chi ha stabilito che erano rappresentative? Come è noto, fra quelle parti sociali, non c’era la Cgil il più grande sindacato italiano, con oltre 5,5 milioni di iscritti. Quel che è seguito, appunto, è storia.
Ma ritorniamo al 1993 per un utile esercizio della memoria. È questo un anno importante, di svolta in materia lavoristica, se consideriamo anche il Dlgs 29 del 3 febbraio (riscritto dalle successive leggi Bassanini) e l’Accordo interconfederale per la costituzione delle Rsu del 1 dicembre
tra Confindustria, Intersind e Cgil, Cisl, Uil.
 
Le Rsu, non un regalo, ma una conquista

Gli artt. 47 e 47-bis del Dlgs 29 istituiscono le Rappresentanze Sindacali Unitarie nel Pubblico impiego e anticipano un processo che coinvolgerà anche i settori privati con l’accordo del 23 luglio; si fissano principi simili per l’elezione delle Rsu nelle unità produttive e, con l’Accordo del 1 dicembre, si disciplina e regolamenta la loro costituzione.
Indicativo il confronto fra gli anni 1993 e 2009: per il pubblico impiego sono anni di svolta epocale, il primo innovativo, il secondo regressivo.
Come tutte le svolte importanti, quella del 1993, non ha prodotto effetti immediati ma ha portato, nel 1997, al Dlgs 396 in materia di contrattazione e rappresentatività sindacale nel pubblico impiego e, nel 1998, all’Accordo Collettivo Nazionale Quadro del 7 agosto che ha regolato la costituzione delle Rsu, sempre nel pubblico impiego. Un accordo, quest’ultimo, che ha subìto diverse modifiche, di recente, ad esempio, con l’ammissione all’elettorato attivo e passivo di alcune categorie di lavoratori precari, ma che rimane la “pietra miliare” della democrazia sindacale nei nostri luoghi di lavoro. Nel “privato” questo processo non è stato mai completato, dato che non c’è, e non si vede all’orizzonte, un accordo che consenta di misurare la rappresentatività sindacale; nel settore pubblico la “riforma” Brunetta rimette ora in discussione le regole esistenti con l’obiettivo di tornare al controllo del governo sulla pubblica amministrazione.
Chi firma accordi separati teme le regole democratiche che determinano la rappresentatività sindacale.
Con le elezioni delle Rsu, i voti che le lavoratrici e i lavoratori esprimono per eleggere i loro rappresentanti per la contrattazione nei luoghi di lavoro, uniti al numero degli iscritti, consentono di determinare la rappresentatività sindacale. Solo chi supera la soglia del 5%, come media fra voti Rsu e iscritti, è ammesso alle contrattazioni nazionali. Una bella conquista, dopo anni nei quali ai “tavoli” negoziali sedevano decine di soggetti, alcuni dei quali rappresentavano poco più che se stessi.
Queste regole chiare e trasparenti ora vengono messe in discussione. Ma la Cgil non ci sta, anzi continua a sostenere che vengano estese anche al settore “privato”. Ci siamo sempre scontrati con chi è portatore di interessi opposti, chi preferisce l’indeterminatezza per avere mani libere ed evitare assunzioni di responsabilità, nei confronti dei lavoratori e del Paese.

La svolta del 1998 e le regressioni di oggi

Ritorniamo alla ricostruzione storica della nascita delle Rsu.
Nel 1998 si svolgono a novembre le prime elezioni delle Rsu in tutti i comparti del pubblico impiego, tranne la scuola. Nel comparto Scuola le prime elezioni delle RSU si svolgeranno nel dicembre 2000, dopo l’entrata in vigore dell’autonomia scolastica.
In questi due anni si consuma una disputa fra chi vuole le Rsu “provinciali”, per dare più potere agli apparati sindacali, e chi, come la Cgil, insiste – da sola – perché si eleggano nei luoghi di lavoro e che si dia loro un reale potere contrattuale.
Nel frattempo è stato istituito l’autonomo comparto di contrattazione dell’Afam, qui le prime elezioni delle RSU avvengono nel maggio 2001.
Quelle del 2001 si sono svolte a completamento del processo di privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico. In sostanza, nel pubblico impiego l’innovazione della rappresentanza è andata di pari passo con lo sviluppo della contrattazione integrativa nei luoghi di lavoro. La scelta della Cgil, quindi, era quella giusta.
Ormai da alcuni mesi vengono lanciate accuse generalizzate verso il lavoro pubblico in genere, verso i lavoratori e chi li rappresenta. Si sparge voce che i sindacati confederali, ormai al declino, non rappresentino più che qualche fannullone garantito e tanti anziani pensionati, e che temano di misurarsi con il consenso dei lavoratori.
La maggior parte delle accuse, le più volgari e pretestuose, le lancia il Ministro Brunetta, ma provengono, ahimè, anche da cattedratici con la tessera Cgil o da chi quella tessera l’ha rinnegata. Accuse chiaramente infondate, visto che dovrebbe ormai essere noto a tutti che dal 1998 tutte le organizzazioni sindacali ogni tre anni si misurano con elezioni a suffragio universale, nelle quali Cgil, Cisl e Uil raccolgono mediamente più dei 2/3 dei consensi, che si aggiungono agli oltre 10 milioni di iscritti. La cosa che a qualcuno risulta insopportabile è che di questo patrimonio democratico la Cgil ha la maggioranza relativa.

Un grande esercizio della democrazia

Le elezioni Rsu nel pubblico impiego sono uno straordinario esercizio della democrazia perché, con variazioni non molto significative da un anno all’altro:
- sono coinvolti, come aventi diritto al voto, oltre 2,5 milioni di lavoratori (di cui, nei comparti della FLC, circa 60.000 nell’università, 16.000 nella ricerca, 10.000 nell’AFAM e oltre un milione nella scuola);
- si vota in quasi 25.000 luoghi di lavoro (dei quali circa 350 tra università, ricerca e nell’Afam e circa 11.000 nella scuola),
- risultano eletti quasi 85.000 rappresentanti (di cui oltre 1.500 tra università, ricerca e Afam e oltre 30.000 nella scuola).
Sono votazioni molto sentite e partecipate, infatti la percentuale dei votanti è mediamente dell’80%.
Con questi numeri, acquistano maggior valore i risultati della Cgil e della FLC.
La FLC Cgil è prima in tutti i settori della conoscenza: nella Ricerca con il 33,84% (segue la Cisl con il 25%), nell’Università con il 31% (la Cisl al 26%), nell’Afam con il 29,66% (la Cisl è al 26,80%), nella Scuola con il 30,9 (segue la Cisl con il 24,6%).
In questi numeri, forse, c’è la risposta a chi si chiede come mai non si sia riusciti a estendere anche al “privato” la legislazione che vale per il “pubblico” e perché ora si tenti di limitarla anche nei nostri settori.
Una Cgil con tanto riconosciuto consenso fra i lavoratori è un ostacolo fastidioso per chi ha reso sempre più precario il mercato del lavoro e vorrebbe ridimensionare diritti e tutele per il lavoro dipendente.

Un sindacato che cambia e si rinnova

La Cgil ha fortemente voluto e creduto nelle Rsu, perché così:  
- i lavoratori possono intervenire nell’organizzazione del proprio lavoro, che non è uniforme su tutto il territorio nazionale;
- nei luoghi di lavoro i Dirigenti hanno acquisito maggiori poteri e responsabilità;
- si possono redistribuire in maniera trasparente le risorse assegnate ai singoli luoghi di lavoro;
- i rappresentanti sindacali sono quotidianamente accanto a chi li ha eletti e godono della loro fiducia.
La FLC vuole rinnovare il proprio quadro attivo insieme alle Rsu, riservando loro il 40% negli organismi dirigenti.
In particolare nella scuola, le Rsu hanno rappresentato il cuore di quel movimento che ha impedito in mille modi l’attuazione della legge Moratti, iniqua e classista, e possono oggi contrastare l’opera distruttiva della Gelmini. Manifestazioni, documenti, dibattiti, ma anche una resistenza passiva che nelle scuole, nei collegi dei docenti, ai tavoli contrattuali possono far annegare tutti i provvedimenti nelle loro stesse contraddizioni, a dispetto di pressioni e minacce subite. Il Ministero può controllare le Direzioni Regionali, ormai figlie dello spoils system, ma non le decine di migliaia di scuole dove le Rsu, insieme al sindacato, manifestano opposizione e dissenso.

Scenari futuri

Con le elezioni del dicembre del 2007 nell’Afam, nelle università e negli enti pubblici di ricerca, e con quelle previste nel dicembre 2009 nella scuola, siamo ormai in una fase “matura” delle rappresentanze sindacali unitarie.
Nelle liste FLC abbiamo candidato le persone migliori, quelle più stimate e riconosciute dai colleghi nei luoghi di lavoro, spesso dirigenti sindacali di peso e di valore. Nelle nostre file ci sono anche tanti volti nuovi e tanti precari stanchi di questa loro condizione di lavoro. Tutto questo perché crediamo che alle Rsu vada riconosciuto un ruolo di primo piano, da protagonisti. La presenza del sindacato, al loro fianco, nei luoghi di lavoro dovrà dare certezze, incoraggiamento e sostegno per le scelte contrattuali che dovranno essere confrontate e condivise soprattutto con i lavoratori. Ma le Rsu sono viste come un ostacolo da chi vuole sottomettere il lavoro pubblico al controllo del governo e da chi teme di perdere consenso a causa delle proprie scelte sindacali. Lo schema di Dlgs attuativo della Legge n. 15/2009 prevede la proroga di altri tre anni degli attuali organismi con motivazioni inconsistenti nel merito e nel metodo. Il vero obiettivo è tentare il rinvio delle elezioni previste a dicembre nel comparto scuola.
Noi pensiamo che le Rsu siano una risorsa straordinaria, una conquista democratica delle lavoratrici e dei lavoratori. Per questo, la FLC ha deciso di ingaggiare una battaglia contro chi ne vuole il ridimensionamento: abbiamo organizzato il presidio a Palazzo Vidoni del 7 maggio, il 4 giugno abbiamo indetto da soli le elezioni e insistito perché si fissasse la data per il voto. Finora la nostra linea è stata vincente: il 2 settembre tutte le organizzazioni sindacali hanno firmato con l’Aran il protocollo che stabilisce il calendario delle procedure elettorali e fissa le elezioni dall’1 al 3 dicembre 2009.
Il Ministro Brunetta ora, fra un insulto e un vituperio, scarica su Cisl e Uil la volontà di rinvio (cosa in effetti dichiarata formalmente all’Aran). Per ora la scelta della Cgil è quella vincente, se ci sarà questo attentato alla democrazia, sapremo chi sono i protagonisti.
C’è chi attenta alla democrazia, chi sta alla finestra e chi non si rassegna.
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