Articolo 33 n. 9/2009

Edizione del 30/09/2009

In primo piano

L’università tra tagli e demagogia
La riforma che non riforma

Marco Valerio Broccati

utte le recenti norme sull’università intervengono su aspetti bisognosi di riforme, senza però rifondare il sistema. O meglio costruendo gerarchie tramite i finanziamenti. Più che una riforma è una destrutturazione che non risolve le anomalie e non scardina privilegi e baronie
Come era previsto, il sistema universitario affronta l’avvio del nuovo anno accademico tra difficoltà crescenti. Cominciano a farsi sentire gli effetti dei tagli già attuati e di quelli, più pesanti, previsti dal 2010, mentre il quadro normativo registra evoluzioni lente e cariche di contraddizioni, ma non per questo innocue.

Valutazione e concorsi

A fine luglio è stato finalmente varato, dopo un anno, il regolamento sull’Agenzia di Valutazione, che, dopo tanta riflessione, non risolve compiutamente i nodi che avevamo sollevato circa il funzionamento della nuova istituzione. Resta in capo all’Agenzia una tale complessità di funzioni che francamente non si capisce come potranno essere affrontate, vista anche l’esigua dotazione organica: 15 persone di supporto tecnico, più la possibilità di avviare contratti di consulenza con un massimo di 50 esperti. Non è compiutamente risolta la delicata questione della natura terza e indipendente di quest’organo, né sono stati individuati i criteri che ne garantiscano l’autonomia e l’indipendenza dalla politica e dall’Amministrazione: il Consiglio dell’Agenzia è sì proposto da un search committee di alto livello, ma la scelta dei componenti resta comunque prerogativa del Ministro dell’Università, con ciò riproponendo un legame diretto tra Agenzia e Governo che non è esattamente la migliore declinazione dell’indipendenza dell’organismo.
È stato finalmente emanato il decreto per la definizione dei criteri concorsuali per docenti e ricercatori atteso da gennaio (doveva essere prodotto entro febbraio), ma i concorsi sono ancora bloccati per la mancata costituzione delle Commissioni. Si tratta di concorsi in qualche caso già banditi da tre anni. Tra ritardi e limiti al reclutamento posti dalla L. 1/2009 (tutti gli Atenei che sforano il 90% nel rapporto tra FFO e spese di personale non possono assumere) si sta riproponendo surrettiziamente il blocco delle assunzioni e delle progressioni di carriera.

Premi e punizioni

È stato emanato il decreto per la ripartizione del FFO 2009, con la novità di una quota “premiale” del 7% del totale da destinare alle Università virtuose. Il decreto non è ancora operativo, con ciò segnando un nuovo traguardo, l’autunno, per l’assegnazione dei fondi dell’anno corrente. Abbiamo sempre espresso la nostra opinione favorevole alla valutazione e al collegamento tra valutazione e finanziamento; ma il modo in cui è stata stilata la lista degli Atenei buoni e cattivi, e la conseguente distribuzione dei fondi, sta giustamente sollevando la rabbia di tanti Atenei, docenti e ricercatori. In primo luogo perché, in un sistema struttu- ralmente sottofinanziato come il nostro, la premialità ha un senso in quanto aggiuntiva all’asfittico finanziamento ordinario, non in quanto mezzo per ridurre i magri fondi a una parte del sistema universitario. La scelta di premiare i migliori sottraendo agli ultimi traduce bene la visione del sistema universitario che anima questo Governo, e che è la stessa incarnata dalla filosofia della L.133/2008: salvaguardare e far crescere le eccellenze, incoraggiare la privatizzazione, ridurre la spesa e la dimensione dell’offerta attraverso un processo di selezione naturale basato sulla leva del finanziamento; chi è in grado di sopravvivere perché meglio posizionato, collocato in un contesto favorevole, meglio capace di gestire l’attività istituzionale sopravviva; gli altri si arrangino. Questo sistema premiale non va bene, in secondo luogo, perché i criteri utilizzati, basati su un mix di valutazione della didattica e della ricerca, non sono obiettivamente in grado di misurare in modo attendibile la complessità del sistema: sono parziali, talvolta datati. Il criterio più controverso è quello di premiare il tasso di occupazione dei laureati dell’Ateneo. Con tutta la stima per gli Atenei migliori, anche un analfabeta sa che il tasso di occupazione del Triveneto non è paragonabile con quello di Napoli o di Catania; e le ragioni risiedono nel mercato del lavoro e nella struttura economica, più che nel pur ragguardevole contributo che ogni Ateneo può dare alla crescita dell’occupazione. Così come il riconoscimento della qualità della ricerca si basa su dati vecchi di alcuni anni, che non sono in grado di leggere in modo adeguato la complessità dell’attività svolta e la sua evoluzione.  
Il risultato è quello di un finanziamento che penalizza fortemente il Mezzogiorno e favorisce le discipline scientifiche rispetto a quelle umanistiche. Su 27 Atenei puniti, con decurtazioni del FFO che arrivano fino al 3%, 3 sono del Nord, 5 del Centro, 19 del Sud; in questo modo si avvia una spirale in cui chi è in ritardo rispetto agli standard vedrà ineluttabilmente crescere la distanza rispetto alle realtà migliori, anche tenendo conto del fatto che la percentuale premiale è destinata a crescere, secondo le dichiarazioni della Ministra, fino ad un 30% del totale del Ffo.
È convinzione diffusa che il sistema universitario del Nord sia mediamente più efficiente di quello del Sud; ma non è certamente cancellando quest’ultimo che si risolveranno i problemi della nostra formazione superiore.
L’idea di assegnare premi e penalità attraverso una fotografia istantanea e comparativa del sistema ha poi un’altra controindicazione: non solo mette sullo stesso piano istituzioni che operano in realtà molto diverse (che senso ha valutare allo stesso modo la capacità di attrarre finanziamenti alla ricerca del Politecnico di Torino e dell’Università di Cassino?); ma non consente neppure di valutare i delta di scostamento in positivo o negativo che nel periodo dato ogni Ateneo ha prodotto. A noi pare che chi ha ottenuto miglioramenti a partire da un livello basso sia altrettanto meritevole di attenzione di chi l’ha fatto partendo da standard elevati. I valori assoluti non sono che lo specchio di un consolidato storico, ma non parlano della dinamica virtuosa o perversa che li esprime. Questa visione non ha per obiettivo la ricerca dell’elevamento dello standard medio della qualità del sistema: siamo a un uso negativo della valutazione che, anziché incentivare la crescita verso uno standard medio accettabile e tendenzialmente più paritario, enfatizza le differenze.
Del resto, come si diceva, è apparso subito chiaro che l’idea di sistema universitario di questo Governo è quella di coltivare alcune eccellenze e di abbandonare al proprio destino chi non tiene il passo. Un’idea, per l’appunto, di non-sistema, un’idea da “si salvi chi può”. E puntualmente, tra le proteste, si delinea un bricolage organizzativo degli Atenei che cercano di adeguare la propria organizzazione ai tagli dei fondi: chi, come “La Sapienza”, ha deciso di cancellare le sessioni di laurea di febbraio, in modo da non far figurare gli studenti nel calcolo dei fuori corso per non perdere finanziamenti; ma con il rischio di far perdere un anno a migliaia di giovani; chi estende i numeri chiusi, riduce i posti a disposizione, taglia i corsi di laurea, anche quelli già avviati. I risultati in termini di destrutturazione e riduzione del servizio già leggibili nei tagli della L. 133 cominciano a manifestarsi, e sono destinati a peggiorare.
A partire dal 2010 cominceranno i tagli pesanti previsti dalla stessa legge, ed è facile prevedere che il sistema comincerà a perdere pezzi in senso fisico e non figurato. È  perciò quanto mai urgente una ripresa di iniziativa in tutti gli Atenei che rimetta al centro la questione della difesa del sistema nazionale universitario.

L’accentramento dei poteri

Il Ministro ha poi annunciato la presentazione della Legge quadro sull’Università, i cui testi apocrifi circolano clandestinamente da febbraio, e che tocca aspetti delicatissimi del governo degli Atenei, della loro organizzazione, dello stato giuridico e delle carriere. I testi che hanno circolato in numerose versioni negli ultimi mesi suscitano più di una preoccupazione: sul piano del governo degli Atenei si delinea un forte accentramento di poteri sul Rettore e sul Consiglio di Amministrazione, con una marginalizzazione completa del Senato Accademico. Si può anche avere un’opinione poco lusinghiera del funzionamento democratico degli Atenei, ma è difficile considerare la riduzione di democrazia e collegialità come il rimedio al malfunzionamento della democrazia stessa. Il decreto conterrà probabilmente norme di stato giuridico che riguardano sia la carriera, sia il reclutamento, sia la prestazione di docenti e ricercatori. Non c’è, nei testi finora visti, la separazione tra reclutamento e progressione di carriera, né la separazione del budget per le due finalità, come invece da anni chiediamo. C’è la soppressione degli automatismi stipendiali, che diventano a valutazione periodica; c’è un meccanismo concorsuale basato su un doppio step: prima un’idoneità nazionale come pre-requisito per i concorsi, una specie di “bollino blu” a durata predefinita; poi un concorso interamente locale. Il testo prevede anche (per incoraggiare la mobilità ed evitare carriere tutte interne) che ai docenti in servizio nell’Ateneo sia precluso il concorso per il passaggio di fascia: devono andare a vincerlo in altra sede. Anche questa regola ha però la sua scappatoia: il Consiglio di Amministrazione può decidere di promuovere di fascia chi ritenga meritevole.
Il Ministro fa un gran parlare di merito e trasparenza – vedremo i testi – ma se questo è l’impianto che verrà proposto, ci sentiamo di predire che il doppio canale ed il concorso tutto locale aumenteranno il grado di disordine dei concorsi, allargando le maglie dell’arbitrio e della discrezionalità, e costituendo due categorie di docenti: chi ha amicizie solide, che può tranquillamente continuare a far carriera nel proprio Ateneo; e chi non le ha, nel qual caso è bene che si prepari a un paziente pellegrinaggio in altre Università.
Ci aspetta dunque un altro autunno caldo e difficile, e, da subito, occorre riprendere un lavoro di informazione, sensibilizzazione e mobilitazione che ci metta in condizione di affrontare la difficile fase con una partecipazione piena della comunità universitaria.
Il disegno è chiaro, e parla a tutti i settori della conoscenza, dalla Scuola alla Ricerca; un disegno che vuole cancellare il ruolo del pubblico e dello Stato nel fornire opportunità e diritti ai cittadini, e per fare ciò ha bisogno di ridurre ai minimi termini la funzione delle istituzioni del sapere. In questi mesi l’Università è stata al centro di polemiche e attacchi quotidiani e furibondi. È vero che l’Università è sede di tanti intrallazzi, ingiustizie e abusi, ma è anche il luogo dove tante persone svolgono con passione e coscienza il proprio lavoro. È specchio della società, e ne porta addosso per intero le stigmate. Molti degli attacchi sono stati sostenuti da autentiche falsità cui, spesso, gli stessi docenti e ricercatori non sanno replicare con cognizione di causa. L’informazione è invece essenziale per ristabilire la verità dei fatti e dare giudizi consapevoli. Ci permettiamo perciò di consigliare la lettura di una ricerca promossa dal prof. Marino Regini, della Statale di Milano, pubblicata in un volume della Donzelli Editore, dal titolo: Malata e denigrata: l’Università italiana a confronto con l’Europa, nella quale vengono messi a confronto tutti i principali indicatori che sono stati utilizzati in questi mesi per sostenere, ad esempio, che ci sono troppi corsi di laurea, troppi docenti, troppi finanziamenti. In modo piano, con il semplice supporto di cifre e fatti, viene restituita una fotografia reale del sistema italiano e del resto d’Europa, che riporta a verità ciò che troppo spesso è solo manipolazione di dati a sostegno di tesi interessate e pre-confezionate.
Difendere l’Università, con la verità dei fatti, con le sue luci e le sue ombre, vuol dire anche impedire che questo Paese diventi un’isola di inciviltà nel cuore dell’Europa.
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