Articolo 33 n. 9/2009

Edizione del 30/09/2009

Dibattito

Scuola e dialetto/ I parte
La faticosa nascita di una lingua

Paolo Cardoni

Le boutade bossiane e le questioni serie: si sta preparando un disegno di legge sulla spinosa questione dei dialetti. La lunga strada che ha portato all’unità linguistica.
Il valore culturale dei dialetti e l’importanza di una lingua comune
Una delle tante freddure di questa rovente estate ha sollevato una questione seria. Esame di dialetto ai professori che vogliono insegnare in una regione diversa da quella d’origine.
Potremmo avere professori interrogati in dialetto, chissà da chi, poi – rappresentanti della società civile, genitori, eruditi locali inseriti d’ufficio nei prossimi consigli di istituto, dialettologi di chiara fama stanati dalle università e messi al servizio di una politica linguistica –; e su che cosa: lingua e letteratura lombarda, Manzoni a parte? Grammatica e analisi testuale? Comprensione e produzione di testi orali e scritti?
E le altre materie, matematica, fisica, storia, filosofia… “mi parli della critica della ragion pura”… e religione? Bella questa, fra le altre: religione cattolica, cioè universale, declinata in bergamasco! Forse sarebbe la giusta risposta al ricominciare a dir messa in latino, di cui il papa tedesco pare che non potesse proprio fare a meno; e magari anche all’idea di insegnare in inglese una o più materie del curricolo, come si prevede nella gelminiana revisione della formazione iniziale degli insegnanti.
La solita polemica estiva, dunque, roba da ombrelloni, sotto i quali chiunque può dire quello che vuole, tanto poi l’ombrellone si chiude e via. Ma siccome sembra che sia allo studio un disegno di legge (sempre meglio, comunque, che un decreto legge) forse è il caso di fermarsi un po’ sulla questione, magari per dare qualche spunto ai legislatori…

La lingua come problema politico

In effetti il problema sollevato da Bossi e C. meriterebbe molta più attenzione – e sui giornali, un po’ a rilento in verità (per colpa delle ferie estive?) qualcuno gliela ha data, anche senza crederci molto (cfr. ad es. la Repubblica del 30/7 e 6/9 2009). E invece si dovrebbe cominciare col ricordare che ogni volta che “affiora” la questione della lingua – scriveva il troppo dimenticato Gramsci – vuol dire che ci si trova di fronte a una serie di questioni, alle quali il problema della lingua va ricondotto. “La formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra gruppi dirigenti e la massa popolare nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”; al punto che “un aspetto della lotta politica è stata sempre quella che viene chiamata la questione della lingua” (cfr. Quaderni del carcere, ed. critica, a cura di V. Gerratana, Torino 1975, vol.III, pp. 2345/6). Andrebbero rilette quelle pagine, assieme ad altre più specifiche relative alla storia della lingua italiana, e quindi alla storia sociale degli italiani (e magari al saggio su Alcuni temi della questione meridionale). Scopriremmo che in fondo Bossi, quando solleva il problema del dialetto, non solo non fa nulla di eccezionale, ma senza volerlo coglie un aspetto culturale e politico di grande importanza.
Se non fosse che a lui del dialetto non importa un fico secco, come non gli importa della lingua italiana o dell’inglese o, più in generale, della scuola. È evidente infatti che i suoi sono solo interessi di natura politica generale, cioè di potere, indifferente alle questioni specifiche di cui strumentalmente, per motivi di tattica, si avvale di volta in volta: si tratti della bandiera regionale, dell’inno di Mameli, delle gabbie salariali, delle badanti, degli immigrati o, appunto, dei dialetti. A proposito delle quali, è appena il caso di notare ancora alcuni curiosi capovolgimenti e curiose contraddizioni: i discendenti di chi impose – o comunque conseguì – l’unità d’Italia (sconfiggendo anche il disegno federalista) ora vogliono affossarla; mentre i discendenti di chi la subì, la rivendicano come un’ancora di salvezza, con toni patriottici che sanno di retorico lontano un miglio, e per farlo preparano un “partito del sud” – tra i promotori del quale, ironia della storia, c’è uno che si chiama Lombardo! –; d’altra parte, ai “Fratelli” si contrappone il “Va pensiero”, il cui autore aveva un nome che, preceduto da un entusiastico “viva”, serviva da acrostico per inneggiare a Vittorio Emanuele Re d’Italia… Cose che farebbero ridere, se in mezzo non ci fosse proprio la contraddittoria storia italiana dell’ultimo secolo e mezzo (di cui sembra che nessuno abbia tanta voglia di parlare, come ci insegna la vicenda delle celebrazioni del 150° anniversario).
Ed è così anche per il rapporto tra lingua e dialetti: forse si è dimenticato che proprio il prevalere del manzonismo, inteso come modello letterario e come teoria linguistica, sta alla radice della considerazione dei dialetti come “malerba”… Curioso, insomma, che per mandare avanti la propria polemica antitaliana la lega sia costretta a negare le proprie radici culturali regionali, che sono profondamente patriottiche… Ma forse non lo fa apposta…

Il ministro e Manzoni

Proviamo a riordinare le cose. Correva l’anno 1868… Un lontano conterraneo di Bossi, tal don Lisander, autor d’un romanzetto dove si parla di promessi sposi, fu interpellato dall’allora ministro della Pubblica Istruzione del neonato regno d’Italia, Broglio. Fatta l’Italia, tra le altre cose che occorrevano per fare gli italiani c’era la lingua (oltre che una scuola, ovvero un luogo in cui insegnarla): ma qual era, questa lingua? Dove trovarla? e soprattutto, come fare per diffonderla?
Per chi non lo ricordasse può essere utile richiamare la sostanza delle proposte manzoniane per diffondere l’italiano – cioè quello che lui riteneva fosse l’italiano – nelle scuole e quindi nel paese.
Manzoni, considerato il massimo scrittore italiano di quel periodo, che per quarant’anni aveva continuato il suo lavorìo sulla lingua del romanzo che l’aveva reso celebre, nella relazione presentata al ministro affermò con sicurezza quello che molti, ma non tutti, sembravano disposti ad accettare – e che lui aveva tentato di mostrare praticamente –, e cioè che l’italiano parlato, di fatto inesistente se non per una percentuale minima della popolazione, era da identificarsi col fiorentino parlato (cioè con un dialetto), sia pure nella variante colta, consolidata dalla tradizione letteraria, ma mondata dagli eccessi del purismo e vivificata dall’uso quotidiano; e pensò che la soluzione potesse articolarsi in poche e (a dirsi) semplici mosse: mandare gli insegnanti toscani a insegnare l’alfabeto nelle varie regioni d’Italia e gli insegnanti delle altre regioni a insegnare l’alfabeto in Toscana e in regioni diverse da quella d’origine, così che potessero anche loro, se non “sciacquare” il proprio patrimonio lessicale alla fonte, quanto meno praticare quell’italiano scritto di cui avevano notizia solo dai libri, parlandolo. Naturalmente, a loro disposizione sarebbe stato messo un agile ed economico vocabolarietto da utilizzare e da diffondere nelle scuole. Una sorta di Comenius ante litteram.
Inguaribile illuminista! Pensava che una lingua si potesse diffondere semplicemente insegnandola nelle scuole.
Non se ne fece nulla, ovviamente, ma l’idea, per quanto discutibile, era significativa se non altro del clima e dell’afflato risorgimentale: avere finalmente una vera lingua comune per cementare quel processo di unificazione che Machiavelli – e tanti prima e dopo di lui – aveva auspicato e che era arrivato a compimento politico.

Lingua e società

Altre sarebbero state le vie lungo le quali questa lingua avrebbe camminato, come argomentò con efficacia, nel corso del dibattito seguito alle proposte di Manzoni e dei manzoniani, Graziadio Isaia Ascoli, glottologo e storico della lingua, il quale spiegò ai manzoniani che – udite udite – “Firenze non è Parigi”, per dire che una lingua non si crea a tavolino, né sui banchi di scuola, né inventando una capitale, negando la storia…: la lingua è del popolo che la usa e solo i fenomeni sociali, le trasformazioni politiche, economiche e culturali complessive comportano mutamenti significativi di lingua: all’Italia era sempre mancata – e mancava ancora in quel momento –una capitale, ossia il luogo reale e simbolico in cui risiede una testa politica capace di guidare i mutamenti; mancava un mercato, un’economia forte, una rete di uffici, di strutture e di infrastrutture, una cultura materiale condivisa ecc. Solo grazie a questi elementi sarebbe nata quella lingua comune che, per il momento, continuava a restare una lingua per colti, una lingua “solo” letteraria, che i non fiorentini (e i non romani per motivi diversi…) potevano apprendere solo dai libri. E infatti, circa l’80% dei regnicoli – come risultava dal primo censimento effettuato – con buona pace di Manzoni e del suo vocabolario, era assieme analfabeta e dialettofona. Malerba, sì, i dialetti; ma pur sempre unica erba capace di nutrire i discorsi del popolo. Quanto agli intellettuali, potevano ben usare tutti i registri linguistici, incluso il dialetto materno, per produrre opere che nel momento stesso in cui venivano scritte diventavano patrimonio culturale esclusivo degli alfabetizzati più colti.

Dai dialetti all’italiano popolare

La questione sociale sottostante, che Gramsci aveva ben presente, è indubbiamente quella del non risolto problema tra nord e sud d’Italia, di una “questione meridionale” rimasta aperta da 150 anni, ossia da quando gli avi di Bossi riuscirono nel tentativo di annettersi i territori del regno borbonico dando inizio a uno sfruttamento diretto di risorse e di manodopera. Le migrazioni interne dal sud a nord del paese furono il volano dello sviluppo industriale delle regioni settentrionali; ma furono anche un fenomeno decisivo – assieme a quelle dalle campagne verso le città e a quelle verso l’estero – per avviare il lento rimescolamento linguistico che seguì al processo di unificazione nazionale, indebolendo le basi dialettali non per diktat politico di qualcuno (le politiche linguistiche dirigistiche lasciano sempre il tempo che trovano, quale che sia la lingua che si vorrebbe imporre…), ma per i cambiamenti materiali indotti nella base dei parlanti: scambi sempre più intensi tra dialettofoni diversi, avrebbero prodotto un lento riequilibrio, fino alla nascita di idiomi diversi rispetto alle lingue d’origine, su base regionale e su base nazionale, senza cancellare mai del tutto le lingue di partenza, ma certo modificandole in base alle esigenze di comunicazione dei soggetti che le usavano.
Assieme a fenomeni che gli storici della lingua hanno ben descritto (emigrazioni verso l’estero, conseguenti rimesse in denaro, lento potenziamento del sistema di istruzione, nascita di un sistema burocratico e di un mercato interno, servizio militare obbligatorio, primi vagiti della pubblicità, di un sistema informativo e di produzione culturale su scala nazionale…), i cambiamenti e quindi la lenta erosione dei dialetti fanno parte del quadro che portò tra la fine del secolo XIX e gli inizi del successivo a scorgere i tratti salienti di una nuova lingua, mai esistita prima di quel momento in Italia: una lingua parlata veramente dal popolo, che con fondatezza di giudizio, è stata definita dagli studiosi “italiano popolare unitario”. Se ne trovano tracce significative nelle lettere dei prigionieri della prima guerra mondiale che furono raccolte e analizzate dallo studioso e critico letterario Leo Spitzer, il quale esercitava all’epoca il poco divertente compito di censore in uno dei campi austriaci in cui erano tenuti prigionieri i soldati italiani catturati nei feroci assalti che costellavano la terribile guerra di trincea.
Espressioni dialettali, regole grammaticali e ortografia dell’italiano letterario malamente apprese in pochi anni di scuola elementare, semplificazioni sintattiche ecc. fanno assomigliare queste lettere ai lontani placiti cassinesi (sao ke kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sancti benedicti) che segnalano, alle soglie dell’anno mille, il passaggio ormai avvenuto dal latino ai volgari, i nonni dei dialetti…

“amattissimo mia Peppine Viscrive questa letera per farvi sapere la mie notizie e per oro unotima salute bene e così spere divoio…poi mia mata sposa miavete mandante addire che volete sapere una cosa di tutto da qui io non Vipozo farvi sapere una sane cose di niente”
(indirizzata a Montefalcone, Benevento)

“miacara moglie vidolemie buonenotizie io fino algiordoggi coteuna perfetta salude” (indirizzata a Poli d’Aquila)

“tu midici che ieri ai visto O. e che la ga un altro fio de cinque giorni dio ge dagi magari ogni 6 mesi uno cussi non manchera mai omini” (a Trieste)

“me car socis. It mandi sto strasc at carta par fat save che mi sto ben at’ salut” (a Novara)

(cfr. L.Spitzer, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918, Boringhieri, Torino 1976, presentazione di L. Renzi).

Espressioni che tornano nei canti di guerra, in cui al patriottismo di facciata subentra il dolore individuale e concreto di un popolo che sta diventando tale nel fuoco di una grande tragedia, che produce parole e ritmi nuovi, uguali per tutti:

“cara moglie che tu non mi senti/raccomando ai compagni vicini/ di tenermi da conto i bambini/ che io muoio col tuo nome nel cuor” (“Gorizia tu sei maledetta”)

Sgrammaticati, fuori da ogni stilema letterario, ma comprensibili e cantabili da tutti, non come “l’elmo di Scipio” di cui “s’è cinta la testa” un’Italia “desta” ma ancora distante, anche perché parla una lingua letteraria, da intellettuali o comunque da ceti ben scolarizzati, alla quale il bifolco poteva contrapporre solo il suo dialetto, cioè una lingua adatta a esprimere sentimenti ed emozioni, bisogni e rabbia, ma non concetti astratti, poesie e canti, ma non informazioni e analisi economiche, politiche, culturali, scientifiche ecc.; ma alla quale, dai primi del ’900 può cominciare a rispondere anche in termini nuovi, non più limitati da un localismo di breve respiro, politicamente e umanamente chiuso, ma comprensibili da “ogni uomo che sente coscienza” – come recitano ancora i versi del canto “Gorizia, tu sei maledetta” –. Termini e periodi sconnessi quanto si vuole, ma che annunciano un nuovo sentire, una coscienza unitaria che non a caso trova una radice profonda proprio nel rifiuto della guerra; quello stesso rifiuto che dopo la sbornia fascista e la seconda, tragica guerra, avrebbe prodotto, nel giro di trent’anni circa, il nitido “l’Italia ripudia la guerra”, che segna e informa di sé la Costituzione Repubblicana; capolavoro, a suo modo, di chiarezza linguistica e perciò anche fondativa dell’unità democratica di un popolo…
L’italiano che nasce – o che ri-nasce – agli inizi del ’900 non è più dunque una lingua “morta che giace morta nei libri”, è una lingua usata da un numero crescente di persone in ogni città e in ogni provincia del Regno, quindi tendenzialmente nazionale, ma è anche una lingua che esprime, con la sua stessa esistenza, una sorta di riconciliazione profonda con l’istruzione e la scuola, se non ancora con l’alta cultura scientifica e filosofica. Quante lettere di emigranti invitano, in un italiano stentato ancora pieno di dialettismi, i figli rimasti a casa a frequentare la scuola, a istruirsi, con sforzo e sacrificio, per costruirsi un avvenire migliore, quell’avvenire a cui loro avevano dovuto rinunciare, condannati dalla miseria e dallo sfruttamento, che sono tutt’uno con l’analfabetismo e il povero dialetto in cui sono condannati a restare chiusi?
Una lingua che cerca di affrancarsi dai dialetti e dai suoi limitati orizzonti culturali e che è tutt’altra cosa sia dall’italiano letterario, sia dai raffinati versi in dialetto prodotti da intellettuali bilingui come Porta, Belli o Giusti… che spesso tradiscono, al contrario, un atteggiamento ambiguo, comunque separato dal popolo-plebe, di cui usano la calda koiné, mutuano stilemi, ma presentano anche i pesanti retaggi culturali, a cominciare dal disprezzo e la diffidenza per l’istruzione, la scuola, la cultura in generale. Si ricorderà il Belli:
“da ste penne e sti libbri maledetti/ ce vo’ tanto a ccapì ccosa ne naschi?/ grilli in testa, e un diluvio de bbijjetti”
 (Er legge e scrive, 27 agosto 1835)

La storia dunque, e non le intenzioni del Manzoni, ha prodotto questa lingua unitaria e l’ha imposta sui dialetti, e la stessa storia ha ridotto i dialetti ad essere solo un utile serbatoio lessicale e uno strumento di comunicazione essenzialmente orale, valido solo in ambito familiare, ricco quanto si vuole di espressività e di colore, ma certo privo di uno statuto che lo renda “insegnabile” in modo formale. A meno di farne oggetto di studio specialistico. Che altro sono i tanti repertori e le tante grammatiche descrittive dei dialetti italiani? Che cosa le monumentali grammatiche storiche della lingua italiana, a partire da quella di Gerhard Rolfhs?
Sarebbe un grave errore dare l’impressione, ad esempio, che l’insegnamento/apprendimento del dialetto sia qualcosa di naturale e di spontaneo, come è apparso in certe dichiarazioni che sembravano alludere a una sorta di rivalsa plebea, più che democratica, contro Roma e i professori: mettiamo sotto torchio i soloni, costringendoli a scendere sul “nostro” terreno, sul terreno della “nostra” lingua: dialettofoni puri incontrerebbero le stesse difficoltà di chiunque altro quando tentassero di insegnare “il” dialetto “in” dialetto… Per non parlare del fatto che gli immigrati tanto temuti dai leghisti imparano subito proprio il dialetto dei paesi in cui vivono: e sarebbe il colmo – e forse il giusto contrappasso – se a insegnare il bergamasco fossero proprio i tanti, temuti neo-terroni che continuano a “invadere” (e a far funzionare) il nord d’Italia, e non solo…
(fine I parte)

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