Inizio di Aprile a Tokyo, quartiere di Asakusa dove si trova uno dei più importanti templi buddisti del Giappone. Nel cortile di un edificio sulla strada che porta al tempio, bambini in divisa scolastica e genitori vestiti a festa celebrano l’inizio dell’anno scolastico e l’ingresso dei neostudenti alla vita scolastica. Non mancano i rituali inchini e le foto di gruppo. La scena ci sorprende, ma proseguendo il nostro viaggio scopriremo che la presenza degli studenti e degli insegnanti è molto visibile nella società giapponese. Insegnanti e studenti alla domenica si ritrovano per attività culturali e sportive, classi di scuole diverse, distinguibili dalla divisa, si recano a visitare in massa i luoghi storici e i musei, celebrano la fioritura dei ciliegi, sciamano nei negozi di souvenir e naturalmente entrano nella foto ufficiale di gruppo.
Sappiamo che in Giappone è entrato in crisi il sistema che assicurava agli studenti che uscivano dalle università più prestigiose un lavoro garantito per tutta la vita. Precariato e contratti a termine sono ormai una realtà diffusa anche nel paese del Sol Levante. Tuttavia la sensazione è che il livello e la qualità dell’educazione siano ancora un fattore fondamentale della società giapponese, che riempie i genitori e gli studenti di aspettative e di ansie.
Il sistema scolastico si basa, soprattutto, su selezione e competizione. Un sistema di test scandisce fin dalla scuola primaria la vita scolastica e l’accesso alle scuole private, come alle università pubbliche più prestigiose avviene solo attraverso severi esami di ammissione. La frequenza di corsi e lezioni private per migliorare la propria preparazione a conclusione della già lunga giornata scolastica è un fenomeno diffuso: alla sera è normale trovare nella metropolitana delle grandi città studenti addormentati che tornano, finalmente, a casa dopo un’intera giornata dedicata allo studio.
Una visita agli uffici del Japan Teachers’Union, il più importante sindacato dell’educazione giapponese con 300.000 affiliati e l’incontro con il presidente del loro centro di ricerca, il signor Minei, ci aiuta a capire meglio organizzazione e problemi del sistema scolastico giapponese e le politiche del sindacato. Si parte dal lavoro docente. Ci viene mostrato uno studio di comparazione con altri paesi industrializzati, svolto dall’Istituto di ricerca del Jtu, che mette in evidenza le pesanti condizioni di lavoro dei docenti giapponesi. L’orario di lavoro settimanale è più di 40 ore a scuola, a cui bisogna aggiungere circa 6 ore settimanali di tempo a casa dedicato alla preparazione delle lezioni; le responsabilità dei docenti sono ampie; esiste una maggiore pressione sugli insegnanti da parte dei decisori politici e delle famiglie, legata anche all’introduzione del sistema nazionale dei test; il numero di alunni per classe, 40, è decisamente elevato. Ma non basta, a questi dati scioccanti per i nostri parametri, bisogna aggiungere che la maggior parte degli insegnanti lavora anche al sabato, alla domenica e durante le vacanze, specialmente per sovrintendere alla partecipazione degli studenti alle attività extracurricolari. In realtà, afferma il signor Minei, i docenti non fanno più di 5 giorni di vacanza all’anno. Non desta meraviglia, quindi, l’alta diffusione di situazione di stress: i docenti si sentono inadeguati rispetto alle attese della società, con conseguenze anche estreme, quali il suicidio.
I sindacati chiedono la riduzione del tempo di lavoro a scuola per consentire ai docenti di avere più tempo a disposizione per preparare le lezioni, la garanzia di vacanze più lunghe, almeno 2 settimane l’anno, in modo da consentire agli insegnanti di partecipare a corsi di formazione su base volontaria, l’assunzione di uno staff specializzato per lo svolgimento di compiti non prettamente attinenti con la docenza, l’eliminazione della sorveglianza da parte dei docenti durante la mensa scolastica e delle responsabilità connesse alle attività extracurricolari.
La critica dei sindacati non si ferma alle condizioni di lavoro. Anche l’organizzazione del sistema scolastico è presa di mira soprattutto per questo riguarda il sistema dei test che coinvolge gli alunni dell’ultimo anno della scuola primaria e della secondaria inferiore, introdotto dal governo giapponese nel 2007 dopo la pubblicazione dell’ultima ricerca Pisa, in cui si registrava un calo nei risultati degli studenti giapponesi in matematica (esiti, sia chiaro, ben al disopra di quelli degli adolescenti italiani). A parere del Jtu, l’introduzione dei test ha aumentato la competizione tra le scuole, crea forte gerarchie al loro interno – in Giappone sono pubblici gli esiti dei test come le graduatorie con i voti degli esami periodici o semplicemente le medie scolastiche di fine anno – e finalizza la didattica al superamento dei test, riducendo ancora di più il già scarso tempo dedicato all’insegnamento individualizzato. Una richiesta del sindacato è anche quella di accrescere gli spazi di autonomia scolastica e professionale per consentire una migliore risposta ai bisogni educativi.
Last but not least, la necessità di innalzare le risorse dedicate all’educazione: l’at tuale dato, circa 3,5% del Pil, pone il Giappone ai livelli più bassi tra i paesi dell’Ocse.
Grande infine la speranza che il Jtupone nella vittoria del Partito Democratico (poi realizzatasi con le elezioni di fine agosto), cui il sindacato è tradizionalmente legato, per poter finalmente ottenere migliori condizioni di lavoro e migliori interventi pubblici nel settore educativo.
Alla fine dell’incontro, dopo l’immancabile, abbondante, cena in nostro onore, i nostri ospiti ci portano ai giardini intorno al palazzo imperiale di Tokyo per celebrare la fioritura dei ciliegi. Ci appare una scena per noi inusuale, ma anche emozionante: migliaia di abitanti di Tokyo che usciti dal lavoro fanno pazientemente la fila per vedere i ciliegi in fiore e festeggiare tutta la notte, accompagnati dalla musica a da dosi massicce di birra e di sakkè. Un’immagine che ribalta i molti stereotipi su questo interessante paese.
Il sistema educativo giapponese
Nella gestione del sistema scolastico giapponese esercita un forte ruolo il governo centrale per quanto riguarda gli aspetti che caratterizzano l’unitarietà del sistema scolastico (definizione dei curricoli, definizione delle linee guida e vaglio dei libri di testo, definizione degli standard nazionali e delle linee guida delle attività educative). Alle autorità locali, prefetture e comuni, spettano, invece, compiti relativi all’assunzione e alla gestione del personale, compreso il salario, la manutenzione degli edifici scolastici e, a livello comunale, l’adozione dei libri di testo.
Il sistema educativo giapponese consiste nella scuola primaria (6 anni), nella secondaria inferiore (3 anni) e superiore (3 anni) e nell’istruzione superiore (4 anni). Sono, inoltre, possibili anche altre opzioni: il collegio tecnologico (5 anni) per gli studenti diplomati della scuola secondaria inferiore e il college (2 anni) per chi possiede il diploma della secondaria superiore. Scuola primaria e secondaria inferiore sono obbligatorie. Per poter accedere alla secondaria superiore occorre superare un esame d’ingresso. Il tasso di partecipazione alla secon- daria superiore è del 97%. La percentuale degli studenti che proseguono gli studi universitari è invece del 35%.
Nella scuola primaria, un unico docente insegna la maggior parte delle materie, mentre a livello secondario esiste la specializzazione disciplinare.
Il sindacato Japan Teachers’Union (Jtu)
Il Jtu è il più importante sindacato giapponese dell’educazione e della cultura e costituisce la più importante federazione della Confederazione Rengo.
è stato fondato nel giugno del 1947, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, ed è tradizionalmente legato ai partiti di sinistra. Tra i suoi obiettivi principali: assicurare lo status sociale, economico e politico dei docenti, demo- cratizzare l’educazione e assicurare la libertà accademica (il Jtu ha fatto numerose battaglie contro il controllo statale sui libri di testo ) e contribuire alla costruzione di uno stato democratico che rispetti la pace e la libertà.