Dal paganesimo al cristianesimo fondamentalista
Alessandria d’Egitto, conquistata e divenuta città dell’Impero romano, intorno al IV secolo, era popolata da pagani, ebrei, cristiani. Con l’editto di Costantino del 313 il cristianesimo cessò d’essere perseguitato e iniziò a sua volta a perseguitare. L’ultimo imperatore romano dichiaratamente pagano fu Giuliano (conosciuto come l’apostata) e fino a che durò il suo governo (363) il Paganesimo antico che consisteva in pratiche religiose precristiane - detto anche religione romana o Ellenismo - fu tollerato. Ma dopo il 391 il Cristianesimo divenne religione di Stato e il termine “pagano” iniziò ad essere utilizzato dai cristiani per indicare tutti coloro che rifiutavano di convertirsi, fino ad includere, in epoca più tarda, gli islamici, e tutti i non cristiani.
Da allora fu un crescendo di repressioni. Nel 393 l’imperatore Teodosio I dichiarò ufficialmente illegale il Paganesimo in tutto l’impero istituendo la pena di morte per coloro che rifiutavano la conversione al Cristianesimo. Il Cristianesimo distrusse pian piano ma sistematicamente la paganità incominciando dai miti, dai luoghi sacri e accademie filosofiche fino ad arrivare all’eliminazione fisica di fedeli, sacerdoti e intellettuali.
La generosità dell’insegnante
In questo contesto Ipazia, filosofa, matematica, astronoma pagana, dispensava generosamente le sue conoscenze non solo attraverso la prestigiosa cattedra di filosofia che occupava, ma era solita rispondere anche “per strada” alle domande della folla che le si raccoglieva intorno.
Alla comunità cristiana con a capo il vescovo Cirillo, di idee fondamentaliste (succeduto a Teofilo nel 412), Ipazia non poteva che dar “molto fastidio”, lei, una donna, una scienziata, una pagana, la principale esponente della scuola neoplatonica alessandrina, lei che era il fulcro della cultura della comunità e che aveva una notevole influenza politica sulla città, e in particolare sul prefetto imperiale Oreste che pare chiedesse consiglio a Ipazia prima di prendere importanti decisioni.
Nel marzo del 415, un gruppo di cristiani fanatici aggredì la filosofa e la uccise brutalmente, scorticandola, facendola letteralmente a pezzi e bruciandone poi i resti.
La responsabilità del vescovo Cirillo (fatto poi santo) è riconosciuta - in modo più o meno esplicito - anche da fonti cristiane.
Con l’assassinio di Ipazia si poté considerare distrutta una delle più esemplari comunità scientifiche di ogni epoca: i suoi allievi fuggirono dalla città raggiungendo luoghi dove poter professare liberamente il platonismo (la fuga di cervelli non riguarda solo i nostri tempi) e Alessandria perse definitivamente il suo ruolo di più grande centro di erudizione antica e iniziò il suo declino.
La vita di Ipazia ha ispirato scrittori e studiosi di tutti i tempi, dal filosofo neoplatonico Damascio (480-550) a Voltaire, John Toland nel Settecento, fino ad arrivare ai nostri contemporanei che le hanno dedicato saggi o pezzi teatrali: Mario Luzi, Umberto Eco, Piergiorgio Odifreddi, Adriano Petta. Questi ultimi due studiosi ipotizzano che non tutte le opere filosofiche e scientifiche di Ipazia siano state distrutte e che copie di alcune sue opere si trovino attualmente nella biblioteca vaticana.