Articolo 33 n. 9/2009

Edizione del 30/09/2009

Tempi moderni

Protagonisti/Alfonso Gatto
Dall’ermetismo alle responsabilità civili

Amadigi di Gaula

Nato a Salerno il 17 luglio 1909 da una famiglia di piccoli armatori e marinai calabresi, Alfonso Gatto compì i suoi primi studi nella città natale per poi iscriversi, nel 1926, all’Università di Napoli. Costretto ad abbondare gli studi per ragioni economiche, si adattò ad esercitare i lavori più vari: fu così commesso di libreria e precettore di collegio, giornalista ed insegnante. E tuttavia, sollecitato dal suo amore per le lettere, iniziò a collaborare con riviste e giornali, esordendo in poesia, nel 1932, con una prima raccolta, Isola, nella quale venivano riuniti insieme i versi scritti nell’arco di un quadriennio (dal 1929 al 1932). Ad essa si aggiunse, cinque anni dopo, la raccolta di Morto ai paesi, nella quale il poeta aveva raggruppato i testi scritti tra il 1933 ed il 1937.  
A questi anni risale la collaborazione con Vasco Pratolini, con il quale Gatto fondò il quindicinale “Campo di Marte”: apparso per la prima volta a Firenze il 1° agosto 1938, cesserà la sua attività l’anno successivo. La rivista, ad onta della sua breve durata, si era posta l’obiettivo di avvicinare il pubblico ai problemi dell’arte, tentando una ardita sintesi tra “tradizioni popolari” ed “ermetismo”. Tutto compreso in quest’opera di conciliazione, egli appare però ancora lontano dal tema dell’assunzione di responsabilità civili, tema non ancora presente nelle Poesie del 1941, nelle quali egli aveva fatto confluire i versi scritti negli anni successivi al 1937. In questi il poeta, alternando la visione di un “universo” che “spazia” e al tempo stesso “isola”, sembra ancora piuttosto interessato a riflettere sulle ragioni dell’isolamento solipsistico cui è condannato l’uomo (si veda, in particolare, l’esperienza da lui descritta in occasione della morte del fratello Gerardo) che non sugli effettivi spazi concessi all’azione. D’altronde, egli confessa di diffidare ancora delle “definizioni” degli uomini, soprattutto quando questi – credendo “che la poesia sia un problema” – cercano di ridurla alle proprie ragioni. Ma, così facendo, essi finiscono per non sentire più “il terrore delicato in cui essa è sospesa”, intenta a “trovare la sua voce al momento in cui tutte le parole tacciono”.
Il vero e proprio spartiacque è costituito, per il poeta salernitano, dalla guerra di Resistenza: ce lo dimostrano le raccolte L’allodola (1943), Amore della vita e La spiaggia dei poveri (1944), Il capo sulla neve (1949), La forza degli occhi (1953), Osteria flegrea (1962), La storia delle vittime (1966), Rime di viaggio per la terra dipinta (1969). Gatto insomma, dal primitivo ermetismo, approderà a nuove forme di lirismo melico, all’interno del quale l’ispirazione descrittivistica – sostanziata di colori e di cose – si combinerà efficacemente con la lucida consapevolezza delle ragioni morali da cui egli, ormai, non potrà più fare a meno. A suffragarlo c’è il suo impegno in campo politico: Gatto, iscrittosi al Pci subito dopo la fine del conflitto mondiale, ben presto se ne allontanerà, pur continuando a gravitare nell’orbita della sinistra. Ancor oggi memorabili rimangono le poesie dedicate alla Resistenza, contenute nella raccolta Il capo sulla neve (1943-1947) (sezione de La storia delle vittime). Proprio in una di queste, 25 Aprile (entrata a far parte del secondo volume della raccolta delle opere da lui stesso curata per Mondadori nel 1966 e alla quale in quello stesso anno sarà attribuito il premio Viareggio), egli mostra come la celebrazione di un evento corale, quale fu la Resistenza, possa divenire al tempo stesso ricordo commosso di un singolo individuo, quale fu la morte di Eugenio Curiel, ucciso dai fascisti ad appena 33 anni: La chiusa angoscia delle morti, il pianto / delle mamme annerite sulla neve / accanto ai figli uccisi, l’ululato / nel vento, nelle tenebre, dei lupi / assediati con la propria strage, / la speranza che dentro ci svegliava / oltre l’orrore le parole udite / dalla bocca fermissima dei morti / “liberate l’Italia, Curiel vuole / essere avvolto nella sua bandiera”: / tutto quel giorno ruppe nella vita / con la piena del sangue, nell’azzurro / il rosso palpitò come una gola. / E fummo vivi, insorti con il taglio / ridente della bocca, pieni gli occhi / Piena la mano nel suo pugno: il cuore / d’improvviso ci apparve in mezzo al petto.          
Celebri talune sue apparizioni in film degli anni Sessanta, primo fra tutti Il Vangelo secondo Matteo (1964) di P. Paolo Pasolini, nel quale ricoprì il ruolo dell’apostolo Andrea.
Venne a mancare a seguito di un incidente d’auto, avvenuto a Capalbio (provincia di Grosseto) l’8 marzo 1976.

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