Articolo 33 n. 1/2010

Edizione del 31/01/2010

Tempi moderni/Il giorno della memoria

27 gennaio 2010
Gli ultimi testimoni e la salvaguardia del ricordo

David Baldini

I “salvati” della Shoah stanno scomparendo:si ripropone la questione della “memoria” e delle fonti documentali. Una visione sovranazionale che tenga conto di quella vasta area dell’est europeo,centro del genocidio e spesso di assassinio della memoria

Nello scorso numero di “Articolo 33” (1), nella sezione “Tempi moderni”, erano stati presi in esame gli aspetti formali del romanzo Vita e destino, dello scrittore ebreo-russo Vasilij Grossman. In questo numero, al contrario, vengono considerati gli aspetti contenutistici, in particolare quelli che implicano i concetti di “ricordo” e “testimonianza”. La questione non è né nuova né di poco conto, se è vero che - circa un decennio fa - Annette Wieviorka aveva fatto di queste problematiche l’oggetto centrale della sua riflessione, culminata nell’idea che la nostra epoca debba essere considerata come l’“era del testimone”(2). Va per altro ricordato che, ancor prima di lei, Primo Levi, nel suo libro-testamento I sommersi e i salvati, passando in rassegna i vari tipi di testimonianza era giunto anche ad indicare quella a suo giudizio “integrale” con queste parole: “Lo ripeto, non siamo noi, i superstiti, i testimoni veri. è questa una nozione scomoda, di cui ho preso coscienza a poco a poco, leggendo le memorie altrui, e rileggendo le mie a distanza di anni. Noi sopravvissuti siamo una minoranza anomala oltre che esigua: siamo quelli che, per loro prevaricazione o abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo. Chi lo ha fatto, chi ha visto la Gorgone, non è tornato per raccontare, o è tornato muto; ma sono loro, i ‘mussulmani’, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe avuto significato generale. Loro sono la regola, noi l’eccezione”(3).

Oggi, nel momento stesso in cui anche la leviana “minoranza anomala oltre che esigua” dei sopravvissuti sta per scomparire, avvertiamo acutamente come la questione connessa alla “memoria” non sia più rinviabile, anche a voler prescindere dai problemi - davvero enormi - connessi alla deperibilità dei materiali sui quali le memorie stesse sono state trascritte (4). Ce lo ha ricordato di recente anche David Bidussa, il quale, nel suo libro Dopo l’ultimo testimone, scrive: “Quando i testimoni oculari saranno scomparsi, quando quelle voci non avranno più voce, ci ritroveremo con un archivio definito di storie, che racconteranno scenari e situazioni. Si tratterà allora di far lavorare quelle storie narrate come ‘documenti’. In quel momento avverrà, consapevolmente per noi, il passaggio irreversibile tra Novecento e ‘attualità’” (5).

Alla luce di queste premesse, dunque, la scelta di pubblicare la seconda parte dell’articolo dedicato al capolavoro di Grossman - che di quel tema fa il suo cardine -, facendola coincidere con la commemorazione del “Giorno della Memoria”, non deve essere vista come casuale. Essa, al contrario, è il frutto di una convinzione: quella per la quale, a dieci anni  dal varo della Legge 20 luglio 2000, sia ormai divenuto indispensabile assumere - rispetto alla Shoah - una visione sopranazionale, in virtù della quale realtà fino ad oggi rimaste sconosciute, o ignorate, entrino in contatto fecondo con visioni e tradizioni più propriamente nazionali. Come si può continuare ad ignorare, o non tener nel debito conto, ad esempio, la vasta area dell’Est europeo, dove la volontà genocida del nazismo fece le sue prime prove?

Del resto, a riaffermare la centralità di quell’area hanno provveduto, da alcuni anni a questa parte, taluni contributi, che spaziano dal terreno della storiografia a quello della letteratura. Per quanto riguarda il primo aspetto, basta citare, tra gli altri, il nome di Omer Bartov, il quale ci ha ricordato come il genocidio si sia svolto - “in massima parte” - proprio nei territori dell’Europa centro-orientale, dove più alta era la concentrazione di ebrei. Di conseguenza, a suo giudizio, si deve alla trascuratezza degli studiosi se “l’Europa orientale sia rimasta un territorio ampiamente inesplorato per i più eminenti storici dell’Olocausto”. “L’Europa orientale - egli aggiunge - non è dunque soltanto il teatro dell’Olocausto nel senso del luogo fisico in cui la maggior parte degli ebrei del continente viveva e fu massacrata. Essa fu e rimane il cuore dell’Olocausto poiché fu il luogo in cui la civiltà ebraica e quella cristiana avevano costruito una lunga, se pur travagliata, tradizione di vita comune e in cui il risultante tessuto sociale e culturale è stato lacerato dagli eventi della Seconda guerra mondiale e dall’Olocausto. L’Europa orientale non fu ‘soltanto’ il teatro dell’assassinio di massa realizzato con metodi industriali e impersonali a ritmi di catena di montaggio, ma anche il luogo in cui l’Olocausto si è verificato nella sua forma più intima, personale e pertanto ancora più perversa, replicandosi migliaia di volte nelle innumerevoli comunità trasformate in mattatoi. Questo è anche il luogo in cui l’Olocausto è rimasto così vicino alla superficie proprio perché la sua memoria è stata trascurata e repressa in modo così totale che può riemergere integra e non mutilata. Le rovine delle antiche sinagoghe e i cimiteri abbandonati all’incuria, disseminati lungo tutto il territorio della Galizia, sono altrettanti bagliori di una civiltà determinata a ricordarci, attraverso quei resti che affiorano dalla terra nera, il suo passato di realtà viva e creativa, la cui memoria è ancora in grado di rigenerare e arricchire le vite presenti. Se c’è, in Europa, un autentico ‘lieu de mémoire’ (che Pierre Nora e suoi collaboratori sembrano aver ignorato, esso è proprio qui fra i campi e le colline, lungo le rive dei fiumi e nelle città dell’Europa orientale”(6).

In campo letterario ci sembrano particolarmente significativi - tra i tanti - almeno due recenti romanzi di successo, non a caso ambientati rispettivamente in Ucraina e in Polonia: Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer e Gli scomparsi di Daniel Mendelsohn (7). Ebbene, come non vedere in essi, quel filo di continuità che li lega a Vita e destino, romanzo che, scritto circa un quarantennio prima, è giunto alla notorietà solo di recente? Notorietà, per altro, dovuta ad almeno due fattori. Il primo è quello connesso al particolare contesto nel quale il romanzo si svolge, la Russia sovietica, all’interno della quale il genocidio si intreccia ai processi degenerativi dello stalinismo. Il secondo è quello legato alla rilevanza assegnata, in Vita e destino, al tema della “testimonianza integrale” che, evidenziata come abbiamo visto da Primo Levi, trova un certo spazio anche nello scrittore russo. Grossman, infatti, con lo strumento insostituibile dell’arte, aveva voluto affidare proprio ai “sommersi” il compito di divenire cronisti della loro stessa morte, facendo descrivere a loro stessi, in prima persona, sia le loro condizioni detentive di prigionieri - prima nel ghetto e poi in Lager -, sia gli ultimi istanti di vita trascorsi nel luogo infero di una camera a gas.

Da questo punto di vista, se lo scrittore russo è da considerare l’epigono di quella lunga ed illustre tradizione letteraria che, da Omero (8) a Virgilio, arriva, attraverso Dante e  Shakespeare, fino a Edgar Lee Masters, deve al tempo stesso essere considerato anche come il precursore di quelle istanze espressive di realismo estremo che, riprese di recente dal mondo della cinematografia, sono divenute un potente mezzo di diffusione, in quanto capace di trasmettere la tragica esperienza della Shoah ad un pubblico vastissimo di spettatori. L’esempio più perspicuo ci sembra essere costituito dal film Schindler’s List (1993), del regista Steven Spielberg, il quale, collocando la cinepresa all’interno di una camera a gas - da sempre considerata una sorta di pomerium, posto a rimarcare il limite invalicabile che sempre dovrebbe separare l’area del “sacro” da quella del “profano” -, aveva inteso infrangere, come aveva già fatto Grossman, un tabù. A proposito della complesse problematiche connesse a tale operazione, ha acutamente osservato Bidussa: “Da questo punto di vista il problema […] non è solo raccontare la storia, ma piuttosto come anche la sua rappresentazione risponda a regole e suggestioni, e come ciò che viene comunicato non sia il passato soltanto, ma il modo in cui ciascuno se lo porti dietro e lo viva interiormente, lo risistemi e lo comunichi”(9).

Il tema della necessità di definire i contorni di una accettabile “comunicazione”, il più possibile rispettosa del decoro e della verità, era del resto già stato posto da Jean Améry, il quale, riflettendo sulla vita del ghetto, aveva scritto circa un quarantennio fa: “A che pro far rivivere tutto quell’orrore? Non ne abbiamo forse già avuto abbastanza? Sappiamo già tutto. […] L’uomo non è buono, non lo è mai stato e non lo sarà mai, e la storia non è maestra di vita ma solo una seviziatrice del genere umano. Com’era il ghetto? Così e così. Una cosa brutta, naturalmente. Ma il passato è passato, e non serve a nulla richiamarlo in vita. A tutto questo si può però rispondere che forse è meglio dire che cosa è accaduto, in modo che il come acquisti la sua dimensione specifica e che il distacco storico si vergogni della sua obiettività” [il corsivo è nel testo, n.d.r.](10).

Ora, se ci si sofferma a riflettere sulla pregnanza del nesso evidenziato da Améry tra “che cosa” sia accaduto” e il “come”, non si durerà molta fatica a riconoscere che l’accertamento “obiettivo” dei fatti non può prescindere dall’empatia che la narrazione (scritta e orale, fotografica o filmica) riesce a produrre sui ricettori. Parole nette, anche su questo aspetto, sono state scritte dalla Wieviorka, la quale, a proposito del rapporto che intercorre ad esempio tra letteratura e Shoah, si rifà alla seguente affermazione dello scrittore israeliano Aaron Apelfeld: “La forza della letteratura risiede nella capacità di creare un’intimità”(11). E, poco più oltre, ella significativamente aggiunge: “Il testimone si rivolge al cuore, e non alla ragione. Suscita compassione, pietà, indignazione e talvolta persino un senso di rivolta. Il testimone stipula un ‘patto di compassione’ con colui che l’ascolta, così come colui che scrive la propria autobiografia stipula con il proprio lettore quello che Philippe Lejeune ha chiamato un ‘patto autobiografico’”.  

Ebbene, a proposito di Vita e destino di Grossman, ci sembra di poter sostenere che il “patto autobiografico” viene spinto fino ai suoi limiti estremi. Lo scrittore russo, giornalista di professione e “testimone” tra i primi della tragedia della Shoah, (12) non solo ha mescolato storia e vita personale, ma ha anche fatto divenire protagonisti delle proprie storie personaggi a lui vicini, o di cui aveva conosciuto le vicende nel corso della sua esperienza di corrispondente di guerra. D’altro canto, che si trattasse di scelta meditata e non impulsiva è testimoniato dal ruolo da lui svolto nella composizione dell’opera collettanea il Libro nero, cui partecipò insieme ad altri intellettuali, primo fra tutti il notissimo scrittore Ilja Ehrenburg (13). A quella data, egli aveva già compreso come la necessità di procedere ad un lavoro di ricostruzione delle testimonianze storiche - e dunque quantitativo e seriale - non potesse prescindere dalla dimensione qualitativa della ricerca stessa, che sola poteva garantire quel “patto di compassione”. Senza di questo, la Shoah avrebbe corso il rischio di venire ineluttabilmente relativizzata a “fatto” storico ordinario, quasi una nota a piè di pagina nell’ambito del più generale processo di “civilizzazione”.

Questo è quanto egli aveva scoperto nella sua attività di giornalista e scrittore. Come uomo, invece, egli sarà per sempre segnato dal modo barbaro col quale nel 1941 la madre era stata assassinata, con altri circa ventimila correligionari, nell’eccidio di Berdičev. L’episodio, avvenuto il 15 settembre, aveva anticipato di sole due settimane quello, ancor più nefando e disumano, di Babij Jar, ancor oggi vergogna e vituperio - insieme a tanti altri efferati episodi consimili - delle “umane genti”.

 

 

Note

 

1 L’articolo è comparso sul numero 11-12/2009 di “Articolo 33”.

2 A. Wieviorka, L’era del testimone, Raffaello Cortina Editore, Milano 1999.

3 P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.

4 AA.VV., L’eclisse delle memorie, a cura di T. Gregory e M. Morelli, Laterza, Bari 1994.

5 D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino 2009.

6 O. Bartov, L’Europa orientale come luogo del genocidio, in Storia della Shoah, vol. 1, Utet, Torino 2005. Sullo stesso tema, si vedano anche i seguenti saggi: O. Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’imbarbarimento della guerra, il Mulino, Bologna 2003; H. Mommsen, La soluzione finale. Come si è giunti allo sterminio degli ebrei, il Mulino, Bologna 2003; A. Salomoni, L’Unione Sovietica e la Shoah, il Mulino, Bologna 2007.

7 J. S. Foer, Ogni cosa è illuminata, Guanda, Milano 2002; D. Mendelshon, Gli scomparsi, Neri Pozza, Vicenza 2007.

8 Il tema dei morti che raccontano la loro vita ai vivi costituisce una sorta di topos letterario, risalente, per l’appunto, ad Omero. Di questi ricordiamo il celebre distico nel quale Anticlea, nel regno dell’Ade, così si rivolge al figlio Odisseo: “Creatura mia, come venisti sotto l’ombra nebbiosa / vivo? Tremendo ai vivi vedere queste cose!”. Si veda Omero, Odissea, trad. R. Calzecchi Onesti, vv. 155-156, Einaudi, Torino 1963).

9 D. Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, op. cit.

10 J. Améry, Nell’anticamera della morte, Comunità, 189/190, Anno XLII, Maggio 1988. In precedenza il testo era stato pubblicato prima in Menschen in Ghetto, a cura di Günther Deschner, Bertelsmann Sachbuchverlag, Gütersloh 1969, poi in Jean Améry, Widersprüche, Errnst Klett Verlag, Stoccarda 1971.

11 A. Wieviorka, L’era del testimone, op. cit.

12 Grossman era venuto a conoscenza dello sterminio nazista, perpetrato ai danni del popolo ebraico, già nel lontano 1942, come dimostrano i racconti contenuti ne Il popolo è immortale, usciti a puntate sul giornale dell’esercito sovietico “Stella Rossa” tra luglio e agosto di quell’anno.

13 L’opera, inizialmente voluta da Stalin, fu vietata alla fine della guerra dallo stesso dittatore, perché troppo scomoda. Una versione di essa venne inviata all’estero durante la guerra: verrà pubblicata in russo in Israele e successivamente in inglese a New York nel 1980. In Russia comparirà solo nel 1996. In italiano il testo è uscito come Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici. 1941-1945, Mondadori, Milano 1995.

Torna su

Altri articoli della stessa edizione