“I suoi ricordi, i racconti di quei giorni che faceva a noi amici? Li conservo nel mio cuore e nella mia mente. Sono una cosa privata”. Impossibile, per Wlodek Goldkorn, cedere al sentimentalismo e alla retorica nel ricordare Marek Edelman, il vicecomandante della rivolta ebraica nel ghetto di Varsavia, tra il 19 aprile e il 16 maggio del 1943, quando un manipolo di giovani ebrei armati di una manciata di pistole e granate tenne in scacco per giorni i soldati della Wehrmacht. Edelman, allora ventiquattrenne, fu tra i pochi sopravvissuti, dopo aver combattuto e aver trovato la salvezza scappando nelle fogne. Edelman è scomparso lo scorso 2 ottobre, a 90 anni. Goldkorn - responsabile della redazione Cultura de L’Espresso - oltre a esserne uno dei più intimi amici, è stato anche uno dei curatori di due testi di Edelman editi in Italia (entrambi da Sellerio): nel 1998 Il guardiano. Marek Edelman racconta; nel 2009 C’era l’amore nel ghetto, che descrive la vita quotidiana della popolazione ebraica rinchiusa nel ghetto di Varsavia, il più grande di tutta Europa, istituito dal regime nazista nel 1940.
Signor Goldkorn, che valore aveva per Marek Edelman il “Giorno della Memoria”?
Edelman era molto refrattario a ogni tipo di celebrazione, di rito. Non per snobismo, ma perché per lui contava solo la vita, il futuro. Lo stesso valeva per qualsiasi forma di retorica eroica. “Perché abbiamo combattuto nel ghetto? Perché non si poteva non combattere, perché volevamo sopravvivere!”, rispondeva sempre a chi gli proponeva letture eroico-elegiache della rivolta di Varsavia.
La vita come valore supremo, oltre ogni idealismo e eroismo, quindi...
Proprio così: la libertà era il suo ideale supremo, superato però solo dal valore stesso della vita. Basti pensare alla rabbia, al dolore che provò sempre nei confronti di quei compagni dello Zob (l’Organizzazione Ebraica di Combattimento, n.d.r.) che si suicidarono mentre i nazisti stringevano d’assedio il bunker in cui i combattenti ebrei avevano trovato rifugio durante la rivolta. Nella logica di Marek fu un errore, perché non sai mai cosa può accaderti nella vita, anche nelle condizioni più estreme. Lui rifiutava il concetto di “tragicità”: in ogni situazione c’era sempre una via d’uscita.
Ma c’era un momento, un’occasione, in cui Edelman cedeva al ricordo di quei giorni?
La data per lui veramente imprescindibile era il 19 aprile, quella in cui ricorre l’inizio della rivolta nel ghetto. Anche in questo caso, però, evitava di partecipare alle celebrazioni ufficiali. Ma, a mezzogiorno, con alcuni suoi amici andava a deporre dei fiori al monumento dedicato ai caduti. Non che fosse contrario alle celebrazioni, anzi. Ma non erano cosa per lui.
Fedeltà al ricordo, per Edelman, fu soprattutto essere fedele a quei luoghi - Varsavia, la Polonia - da cui non si staccò mai...
Anche questa è una verità relativa, perché lui visse principalmente a Łodz, dove sviluppò tutta la sua grande carriera di cardiologo. Fedeltà alla memoria, per lui, era essere fedele ai propri ideali e ai propri amici. Era non tradire. E usare la memoria nel modo migliore possibile: mettendola al servizio di chi oggi ne ha bisogno.
Cioè?
Faccio un esempio: ai tempi della guerra nella ex-Jugoslavia, dell’assedio di Sarajevo, Edelman si mise alla guida di un convoglio umanitario verso la città assediata. Il convoglio non arrivò mai a destinazione, perché venne bloccato dall’esercito serbo. Ma il significato del gesto rimane: Marek metteva così al servizio degli assediati di Sarajevo la memoria dell’assedio vissuto nel ghetto a Varsavia. Per lui Sarajevo era, in quel momento, il ghetto di Varsavia. Si può discutere sull’analogia, ma il valore del gesto è limpido: la memoria non va fossilizzata, cristallizzata nel passato, ma usata politicamente.
Un rapporto strategico della memoria, come strumento attraverso cui intervenire nel presente, in linea di continuità sull’esperienza vissuta in passato?
Sì. Perché Edelman è stato sempre due cose: un medico e un militante. Di più, un militante del Bund, del partito socialista ebraico che proprio in Polonia aveva vissuto la sua primavera più florida, negli anni Trenta.
Edelman viveva nel solco della linea di continuità sviluppatasi da quell’esperienza. Non a caso diceva: “Solidarnosc? è come il Bund”, quando pure cooperò con il sindacato che sotto la guida di Wałesa coagulò l’opposizione al regime comunista. Gli storici potranno discutere su questa analogia, ma il suo significato di fondo è anche qui chiaro: dignità, uguaglianza, aiuto ai più deboli, fratellanza erano il filo rosso che per Marek collegava quelle due esperienze così diverse e lontane. Con lui se n’è andato l’ultimo grande testimone del Bund. Ma anche l’ultimo grande testimone della Shoah.
Nel privato, chi era uno come Marek Edelman?
Di cose da raccontare ne aveva, eccome! Ma, per paradosso, raccontare un po’ lo annoiava; amava molto di più ascoltare, sentire cosa le persone avevano da dire. E, anche qui, la sua era più un’insaziabile curiosità per la persona in sé, che per le idee astratte. Amava vederne la concretezza, il modo di vivere concretamente le idee, i valori.
Con i giovani che rapporto aveva?
Adorava stare in compagnia dei suoi nipoti e confrontarsi con loro, ascoltarne discorsi, opinioni, suggerimenti. Ma guai a considerarlo un “grande saggio” o “un padre della Patria”! Erano etichette che odiava, così come quella di “eroe”. Amava i giovani: basti pensare l’ammirazione che aveva per il ’68, di cui aveva capito ben presto la portata rivoluzionaria sulla società, sui costumi.
Oggi di Edelman rimane soprattutto l’immagine del vicecomandante del ghetto di Varsavia, che quasi adombra lo spessore di intellettuale a tutto campo, quale egli certamente è stato, anzi tra i più grandi del Novecento europeo. è forse la dimostrazione di quanto sia difficile, anche per noi che gli siamo sopravvissuti, fare i conti con il ricordo di un uomo di tale spessore umano e culturale?
è difficile rispondere. Lui per primo non si considerava un intellettuale. Si sentiva un militante: prima nel Bund, poi contro il nazismo, poi nell’opposizione democratica al comunismo. Ma osservo un fenomeno particolare: la sua memoria, che era quella intera del Ventesimo Secolo, oggi non ci pesa. Noi che gli eravamo amici e vicini la sentiamo già tutta dentro di noi, viva, presente e partecipe, dinamica. Il dolore che provo per la sua scomparsa è personale, non politico. Mi manca l’amico, le chiacchierate al telefono, i suoi occhi, la nostra quotidianità. Ma la sua lezione politica già scorre dentro di me, dentro tutti noi che abbiamo avuto l’onore di conoscerlo. E ora tocca a noi il compito di trasmetterla alle nuove generazioni, nella consapevolezza che non riusciremo mai a essere all’altezza di un maestro tanto grande.
Dario Ricci è giornalista di Radio24-IlSole24ore