Articolo 33 n. 1/2010

Edizione del 31/01/2010

Tempi moderni/Il giorno della memoria

Anne Frank
La linea d`ombra mai varcata

Amadigi di Gaula

Può la ragione riuscire a decifrare il segreto dell’esistenza, quando, per usare una tautologia ripresa da Thomas Mann, “l’essere umano stesso è un segreto, e tutta l’umanità si fonda sul timore di fronte al segreto dell’essere umano”? La risposta è ovviamente no, a meno che, abbandonato il regno della razionalità, non si voglia abbracciare quello dell’immaginazione. E di immaginazione è ricco, ad esempio, il Diario di Anne Frank, a proposito del quale Frediano Sessi, dopo aver messo in luce le inumane limitazioni imposte alla piccola scrittrice, scrive: “Sorride, gioisce, fa progetti, osserva e si piace (in fondo, si piace anche quando non vorrebbe proprio essere così, come si vede davanti allo specchio); accetta con entusiasmo la sfida che le sue lente e inesorabili (a volte inquietanti) trasformazioni le impongono, per varcare la linea d’ombra che da bambina la porterà a diventare una donna” (F. Sessi, Introduzione all’edizione italiana de I diari di Anne Frank, a cura dell’Istituto per la documentazione bellica dei Paesi Bassi, Einaudi, Torino 2002).

Come noi sappiamo, il destino di Anne - condiviso con il milione e mezzo di bambini circa, assassinati come lei nei vari Lager nazisti - fu proprio quello di non aver potuto varcare quella “linea d’ombra”, impietosamente tracciata dalla mano dell’uomo. A fronte di tanta insensata violenza, le cui motivazioni profonde rimangono ancora oggi un rovello lacerante lasciatoci in eredità dal secolo scorso, non ci resta che fare un buon uso dell’immaginazione, riveduta e corretta, però, alla luce del sentimento della compassione (dal latino compăti, ovvero “patire insieme”). Sulla scorta di questo presupposto possiamo anche azzardare una domanda: “Cosa avrebbe trovato Anne oltre quella ‘linea d’ombra’, se la sua vita non fosse stata prematuramente spenta nel Lager di Bergen-Belsen? Sarebbe diventata una scrittrice oppure una agit prop, una intellettuale impegnata o una donna in carriera, una concertista o una rispettabile madre di famiglia, magari circondata da una nidiata di bambini?” A parte l’impossibilità di rispondere a un tal quesito, una cosa è però certa: Anne Frank, nata a Francoforte il 12 giugno 1929, ove fosse vissuta, sarebbe oggi una signora di poco più di 80 anni. Questo modo di ragionare, all’apparenza stravagante, a ben vedere è meno eccentrico di quanto non si creda. Vi ricorre, ad esempio, Vasilij Grossman in Vita e destino, dove una delle protagoniste, Anna Strum, riflettendo sulla sorte riservata a lei e ai suoi correligionari - nel momento in cui, rinchiusi nel ghetto di Berdičev, “sono tutti in attesa di esecuzione” -, si mette ad osservarli con particolare attenzione: “Tra di loro ci sono futuri scienziati, fisici, docenti di medicina, musicisti e forse anche qualche poeta. Li vedo correre a scuola, la mattina, seri come non dovrebbero esserlo alla loro età, con gli occhi sgranati, con la tragedia negli occhi. Ogni tanto, poi, vengono alle mani, litigano, ridono, e invece di rallegrarmi, la mia angoscia si fa ancora più forte”. Ma la sua angoscia diventerà incontenibile allorché il fuoco dell’osservazione si sposterà dagli adulti ai bambini: “Si dice che i bambini siano il nostro futuro, ma che cosa si può dire di questi? Non diventeranno mai musicisti, calzolai, sarti. […] Il contadino che ci ha detto delle fosse ci ha anche raccontato che sua moglie aveva pianto quella notte: ‘Sanno cucire, sono calzolai, sanno lavorare la pelle, aggiustano gli orologi, vendono le medicine nelle farmacie… Cosa succederà quando li avranno ammazzati tutti?’” 

Oggi noi sappiamo che, purtroppo, è possibile dare una risposta a quell’interrogativo angoscioso: a tutti quegli individui, adulti e bambini, sarebbe stata contesa - da taluni - perfino la memoria. A dimostrarlo c’è non solo la recente profanazione del sacrario di Auschwitz - con l’asportazione della scritta in ferro battuto, con sopra inciso il motto Arbeit Mach Frei, “le tre parole della derisione”, come aveva chiosato Primo Levi -, ma anche i due episodi avvenuti nel novembre scorso in un’area geograficamente lontana dalla vecchia Europa: Beirut.

Nel primo, taluni militanti di Hezbollah hanno fatto divieto ad una scuola privata inglese di far leggere agli studenti il Diario di Anne Frank, con la speciosa motivazione che esso avrebbe costituito una forma di “promozione del sionismo”. Nel secondo il canale televisivo Al-Marrar, sempre controllato da Hezbollah, ha censurato il celebre Diario con la motivazione  che esso presenterebbe la persecuzione degli ebrei in modo “drammatico, teatrale”.

Come a dire che per Anne, come per quei bambini sterminati nei Lager nazisti, il tempo è destinato a non essere mai quello “giusto”. Né da vivi né da morti.

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