La Legge sul “Giorno della memoria”, n. 211 del 20 luglio 2000, istituita “in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, compie quest’anno 10 anni. All’atto della sua promulgazione pochi forse immaginavano che essa sarebbe stata seguita, di lì a poco, da altre leggi consimili, le quali, anch’esse ispirate al tema del “ricordo”, hanno finito per entrate in competizione tra di loro, nonostante che la realtà cui singolarmente si riferiscono siano obiettivamente diverse per peso, qualità e misura.
Tra le Leggi più recenti c’è la n. 92, del 30 marzo 2004, con la quale è stato istituito il “Giorno del ricordo” (10 febbraio), in memoria delle vittime delle foibe, e la n. 61, del 15 aprile 2005, con la quale è stato indicato nel 9 novembre il “Giorno della Libertà”, in ricordo della caduta del muro di Berlino. Più di recente, poi (il 27 ottobre dello scorso anno), l’Assemblea di Palazzo Madama ha approvato all’unanimità un disegno di legge che prevede l’istituzione del “Giorno del ricordo dei caduti militari e civili nelle missioni internazionali”, da celebrare ogni anno il 12 novembre, in coincidenza con il giorno in cui, nel 2003, è avvenuta la strage di Nassiriya.
Come non ravvisare, nel proliferare di tante celebrazioni, il segno di quell’“uso pubblico della memoria”, che appare tanto più sospetto in un Paese come il nostro, da sempre abituato ad avere una “memoria” corta, anzi cortissima? A dimostrarlo, basta ricordare il modo con il quale una parte di nostri connazionali si rapporta a talune delle date più significative del nostro calendario repubblicano (25 aprile, 1° maggio, 2 giugno, 8 settembre, per non parlare del centocinquantenario ormai imminente della nostra Unità nazionale). Non vorremmo insomma che, a furia di introdurre pesi e contrappesi - segno indiscutibile di appartenenze diverse -, si finisca per perdere il senso stesso della “memoria”, rendendo omogenei eventi che omogenei non sono. Ad esempio ci chiediamo: come è possibile comparare il 27 gennaio con altri avvenimenti che, per quanto crudeli e disumani, rientrano pur sempre nella logica di quella bottega da beccaio, nella quale Hegel vedeva metaforicamente raffigurata l’essenza della Storia?
Del resto, a proposito della Shoah, ha osservato Marcello Flores: “Occuparsi di genocidio, anche se in termini prevalentemente o esclusivamente storiografici (nelle intenzioni), non impedisce di venire coinvolti (pur non volendolo) in questioni relative agli aspetti giuridici o politici della questione, agli usi pubblici che se ne fanno e alle memorie che si affiancano e spesso contrappongono. Pensare di fare ricerca senza interrogarsi su questi altri aspetti - e su quello, che risente di tutti gli altri insieme, dell’educazione - è certamente velleitario. Eppure bisogna cercare di evitare tanto che la ricerca subisca passivamente i condizionamenti che le vengono da fuori quanto che pretenda di isolarsi e di non venire influenzata da essi” (La memoria dei genocidi, in Storia della Shoah, vol. II, Utet, Torino 2006).
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E proprio perché intenzionati a non “isolarci” - tanto più se il tema in questione è quello “che risente di tutti gli altri insieme”, ovvero dell’educazione -, non possiamo esimerci dal sottolineare la presenza, nel nostro Paese, di una palese contraddizione. Infatti, se da una parte c’è da registrare il perdurante impegno civile nell’organizzare, da parte di scuole o di associazioni, viaggi sui “luoghi delle memoria”, dall’altra c’è - nel migliore dei casi - la tendenza ad un ripiegamento verso le sole forme della ritualità, con la prevedibile conseguenza che questa, se non viene di continuo aggiornata, potrebbe portare, alla lunga, a forme di conformismo, stanchezza, disaffezione. Di conseguenza, se non vogliamo ridurre la celebrazione del 27 gennaio a puro ritualismo, dobbiamo non solo tenerla distinta da quella delle altre “memorie”, ma anche rinnovarla nei contenuti. Ad imporcelo c’è, in primo luogo, il preoccupante ritorno - in Europa, ma soprattutto in taluni Paesi arabi - di nuove forme di razzismo, le quali appaiono sempre più intrecciarsi a vecchie forme di esclusione. Ebbene, ci domandiamo: può una memoria “istituzionalizzata” - oggi appannaggio esclusivo dei vari Stati nazionali - funzionare da efficace barriera rispetto a tale razzismo di ritorno, ovunque esso si manifesti? E se no, perché non pensare a celebrare il “Giorno della memoria” in una stessa data, magari a cominciare da quei Paesi che, oltre che essere uniti economicamente e politicamente tra di loro, lo sono anche per tradizioni ed affinità culturali? A parte i risultati pratici, una iniziativa di tal genere un effetto pratico comunque lo sortirebbe: circoscrivendo entro limiti più ristretti l’“uso pubblico della memoria”, potrebbe anche riuscire a far cessare l’attuale insostenibile confusione tra “memoria” e “memorie”. Il che non sarebbe poco.