Articolo 33 n. 1/2010

Edizione del 31/01/2010

Tempi moderni/Il giorno della memoria

Le fonderie di Modena 60 anni dopo
Una comunità e la sua memoria

Arturo Ghinelli

Era il 9 gennaio 1950 quando uno sciopero della fonderia
della città emiliana fu represso nel sangue dalla polizia di Scelba. Morirono 6 operai.
Bisognerà aspettare 20 anni perché lo Statuto del 1970 riconosca dignità e diritti ai lavoratori

Io non c’ero per il semplice motivo che ero ancora nella pancia di mia madre. Infatti sono nato sei mesi dopo, l’undici luglio. Ma quello che successe quella mattina di gennaio influenzò non poco la mia vita. Il mio stesso nome viene da lì. Io mi chiamo Arturo perché tra i sei operai uccisi dalla polizia davanti alle Fonderie c’era mio zio Arturo Malagoli, fratello di mia madre. Arturo aveva 21 anni, mia madre 23. Per molti anni della mia vita io non sono stato altro che “il figlio della Malagoli”. Anche perché la cosa non si è fermata lì; in conseguenza di quella tragedia famigliare, Togliatti e la Iotti decisero di adottare mia zia Marisa.  Così fino a quando abitammo nella vecchia casa popolare di Via Como, sul mio letto non c’era la Madonna ma il quadro con il ritratto di mio zio, a cui aggiunsi la foto di Togliatti quando morì nel ’64.

 

 

La storia dei grandi sulla vita dei bambini

 

Un evento della storia dei grandi che influenzò la mia vita di bambino. Infatti, avendo mio padre conservato i giornali dell’epoca, ho avuto la possibilità di leggere le cronache del fatto e di scoprire che vi erano coinvolti, a diverso titolo, dei bambini. Una bimba di nove anni, ad esempio, sembra essere stata l’unica testimone oculare della morte di mio zio: afferma di aver visto “un milite che ha fatto lo sgambetto ad un operaio che scappava e, dopo averlo fatto cadere a terra, gli sparava un colpo di fucile dopo averlo gettato nel fosso. L’operaio aveva i capelli castani ricci”.  Ma il bambino con cui mi identificavo di più era uno scolaro di terza elementare, Ermanno Appiani, figlio di Angelo, uno dei caduti, fotografato mentre con la cartella a tracolla porta fiori sul luogo dove suo padre è stato ucciso dalla polizia. Quando sono cresciuto ho scoperto che tra i giornalisti inviati a Modena dal “L’Unità” c'erano Renata Viganò e Gianni Rodari. La Viganò fece un'intervista alla mia “nonna dei bobò”. Rodari andò oltre la cronaca e scrisse la poesia “Il bambino di Modena”. Del resto quella modenese fu un’esperienza importante per il poeta e scrittore, di cui quest'anno ricorderemo il 30°della morte, perché sposò una modenese e in una casa di contadini non molto lontana da quella di mia nonna scrisse “Le avventure di Cipollino”. Riflettendo, penso di aver capito perché mi è sempre piaciuto studiare e poi insegnare storia. Tuttavia, non ho mai insegnato ai

miei ragazzi gli avvenimenti del 9 gennaio 1950, perché mi sento troppo coinvolto emotivamente. Una sola volta mi è scappato detto: “Un mio zio è stato ucciso dalla polizia”. “Perché era un ladro?” mi hanno chiesto gli alunni. No, mio zio non era un ladro. Mio zio era un lavoratore che lottava per ottenere il diritto al lavoro per tutti come dice l’articolo 1 della Costituzione.

Per questo sono stato molto felice che quest’anno il Comune abbia organizzato un percorso con un seminario di formazione per gli insegnanti e un bando di concorso rivolto alle superiori per “Raccontare le Fonderie sessant’anni dopo” . La presentazione dei Progetti delle classi e la consegna dei premi è avvenuta il 9 gennaio presso l’Istituto Storico in via C. Menotti 137, la stessa strada in cui si svolsero gli avvenimenti quella tragica mattina di sessant’anni fa. Buon lavoro a tutti, perché, come perfino i bambini sanno, l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

 

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