Quest’anno si celebra il centenario della Cgil. Ci potrebbe dire quale sentimento prova di fronte a questa ricorrenza, non solo come autorevole ed apprezzato Segretario generale dell’organizzazione in anni non lontani, ma anche come semplice cittadino?
Vivo questo centenario come si può vivere una data storica. Esso per me si identifica con la stessa crescita di una nazione, la nostra, quale si è venuta svolgendo nella sua unità e nella sua forma repubblicana. L’evento è infatti indissociabile dai concetti di lavoro e di evoluzione delle classi lavoratrici, tradizionalmente escluse dalla vita politica del nostro Paese. Ebbene queste forze, nel corso del loro sviluppo storico, ne sono diventate l’asse portante. Massicciamente presenti nella Resistenza, esse hanno inciso sulle vicende stesse della nostra democrazia e della nostra Repubblica, di cui sono state le indubbie protagoniste.
I cento anni di vita della Cgil, dunque, altro non sono che la storia di questo lungo cammino: il cammino compiuto dal più grande sindacato italiano verso forme sempre nuove di responsabilità, ivi comprese quelle di natura etica e politica, assunte consapevolmente nei confronti del destino di una nazione intera.
Per comprendere appieno le ragioni di questo mio giudizio, occorre tener conto degli inizi di questo processo: la Cgil, infatti, non è mai stata, per sua fortuna, un sindacato corporativo. La Confederazione, nata con le Cooperative e le Camere del lavoro, si è distinta, fin dalle origini, proprio per la sua volontà di rappresentare tutte le forme di lavoro, anche le più precarie. Come tale, essa ha potuto dare vita molto presto, a differenza di quanto era invece avvenuto in Europa e fuori d’Europa, a quelli che sono stati poi chiamati “Sindacati generali”. Saranno proprio questi infatti a tutelare non un solo mestiere, o una sola casta, ma l’insieme dei lavoratori che partecipavano all’attività produttiva di grandi singoli settori. La Fiom, ad esempio, nacque già, nel 1900, come sindacato industriale e non più come sindacato di mestiere. Lo stesso può dirsi anche per tutte le altre categorie, dopo che ebbero superato - in tempi del resto assai rapidi, proprio grazie all’impronta originaria data loro dalla Cgil - lo stadio del corporativismo, tipico del sindacato di mestiere.
è d’accordo con me se dico che una delle necessità più cruciali ed urgenti dell’attuale fase di globalizzazione sia quella di dover tornare alla teoria, ovvero che occorre ricominciare a definire filosoficamente (soprattutto a seguito dei cambiamenti antropologici e culturali intervenuti in questi anni) il concetto stesso di “lavoro”, oggi avvertito non più come un elemento centrale?
Su tale questione mi sembra che pesi ancora l’eredità sia del pensiero neo-liberista, sia dei cascami di una sociologia invecchiata, che dava in qualche modo per scontata la fine del lavoro come elemento portante di una società moderna. Basti ricordare, in tal senso, alcune teorie espresse nei suoi libri da Jeremy Rifkin, cui non sono rimasti insensibili neppure alcuni esponenti del movimento sindacale italiano. In realtà, oggi ci troviamo in una fase in cui il lavoro, quello subordinato e/o salariato, è ben lontano dallo scomparire. Esso, al contrario, sta crescendo in modo esponenziale nel mondo intero: l’80-90% delle persone che abitano in questo nostro pianeta vive del proprio lavoro. In massima parte, vive di un lavoro svolto per conto di altri.
Con ciò, non intendo far riferimento soltanto agli impiegati o agli operai delle grandi, medie e piccole industrie. Mi riferisco a quel mondo gigantesco che viene definito come economia informale, il quale interessa la maggioranza delle popolazioni dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa. Si tratta, in questi casi, di forme di lavoro eterodirette che chiedono ancora di avere una loro propria rappresentanza, che sia in grado di incidere sulla vita dei singoli e di quella dei paesi in cui essi operano.
“Capire” il lavoro, oggi, significa dunque essere in grado di coglierne le differenze rispetto, ad esempio, agli anni della prima rivoluzione industriale o anche agli anni, ormai lontani, dell’automazione dell’economia in senso fordista. E tuttavia, se ci soffermiamo agli aspetti filosofici del problema, va riconosciuto che c’è almeno una categoria oggi non più in grado di operare una lettura possibile del lavoro e delle sue condizioni: essa è quella di “lavoro astratto”, quello stesso su cui Marx aveva fondato la sua teoria e che era stato in voga negli anni di Ford e di Taylor. In virtù di questa particolare concezione, la personalità del lavoratore non aveva nessun contenuto, non comportava nessun riconoscimento. Ciò che contava era solo il numero delle ore che egli era disposto ad erogare a fronte di un salario che era indipendente sia dalla qualità, sia dall’intensità del lavoro svolto.
Rispetto a quei tempi, oggi ci troviamo in una fase di passaggio che, pur rimanendo tuttora contraddittoria e dolorosa, sta tuttavia volgendo al termine. Mentre stanno progressivamente scomparendo molte metodologie imprenditoriali fondate sul lavoro astratto, sta invece sempre più emergendo il lavoro della persona in quanto tale. I lavoratori, insomma, non si impegnano più nell’attività produttiva solo sulla scorta di una certa quantità di ore erogate, i cui contenuti rimangono nelle mani dell’impresa, ma vi partecipano con conoscenze e responsabilità nuove che, nel secolo che ormai sta alle nostre spalle, venivano del tutto ignorate. La conseguenza è scontata: nella società contemporanea il lavoro, mentre da una parte aumenta il suo peso, dall’altra chiede di essere riconosciuto come indissociabile dalle persone. Il mercato del lavoro, insomma, diventando sempre più diversificato ed articolato, vede balzare in primo piano - nei rapporti tra le forze in campo - il problema dell’affermazione della libertà dei singoli. è questa, e non l’“alienazione”, la vera chiave di volta dei nostri tempi. Certo, di “alienazione” economica si può ancora parlare, ma con riferimento ai paesi soprattutto del Terzo mondo. Nei paesi industrializzati, al contrario, lì dove il lavoro è ricco di saperi e di specialità, l’“alienazione” tende ormai a ridursi entro margini di modesta entità. Di conseguenza, il vero problema è quello di sconfiggere il rapporto di subordinazione, poiché esso ostacola, rendendola impossibile, l’affermazione della persona in quanto capacità creatrice.
Per rimanere ancora sul tema dell’“alienazione”, c’è da ricordare che già Adam Smith (con il quale anche Marx era, sia pure in parte, d’accordo), sosteneva che il lavoro - nelle sue forme storiche di schiavistico, servile, salariato - fosse qualcosa di “repellente” e che ad esso era senz’altro da preferire, quale sinonimo di “libertà” e “felicità”, il non-lavoro.
Può essere il non-lavoro a costituire davvero una ragione di felicità possibile?
Io credo che il concetto di felicità riguardi la sfera privata delle singole persone. Di conseguenza, esso appare poco adatto perché possa offrire una valida chiave di lettura delle trasformazioni profonde prodottesi in questo secolo. Si può ad esempio essere infelici, facendo un lavoro che aggrada e, all’inverso, essere felici svolgendo un lavoro poco gratificante, contraddittorio, addirittura improntato all’oppressione. Io preferisco mettere al centro dell’analisi un altro concetto: quello di libertà. è infatti proprio questa, a mio giudizio, la parola-chiave necessaria per comprendere il nostro secolo, d’altro canto appena agli inizi.
La libertà riguarda non solo il lavoro salariato, ma anche quelle nuove forme, più o meno bastarde, che si vogliono dare al lavoro retribuito, su progetti elaborati per un tempo determinato. Conseguenza di questa situazione sono i cosiddetti contratti atipici, i quali hanno visto nascere quei falsi lavoratori autonomi che, nella realtà, dipendono sempre da una ben precisa autorità: quella dell’imprenditore che magari lascia ad altri la commessa e delocalizza il lavoro in varie forme. Ebbene, quanto più questo processo tende ad affermarsi nel mondo del lavoro, tanto più la questione della dignità e della libertà della persona, proprio in quanto destinata a svolgere una occupazione instabile, diviene centrale. Il lavoratore, indipendentemente dalla grandezza dell’impresa, viene infatti caricato di nuove responsabilità. Non più legato a questioni di fedeltà, come avveniva nel passato, nel presente egli avverte il peso di un rapporto di subordinazione, spesso di subalternità, che gli impedisce di realizzarsi come persona nel proprio lavoro.
Per altro, io non credo ad un mondo di “felicità” dal quale sia bandito il lavoro. Le persone si realizzano, prima di tutto, proprio attraverso di esso. Desiderano però svolgere una attività in cui siano anche libere di compiere alcune scelte fondamentali, tanto sul piano professionale che sul piano dell’arricchimento delle loro conoscenze. Desiderano insomma un lavoro in cui la decisione di realizzare se stessi non venga ostacolata, o frustrata da un rapporto fondato sull’oppressione. Ebbene, tutto questo sembra oggi escluso dalle cosiddette forme di lavoro autonomo, di fatto ancora più pesanti dello stesso lavoro salariato.
Quanto la necessità di dover lavorare per bisogno (e non per scelta, come avviene per una minima parte degli individui) è un limite automatico per la realizzazione della propria libertà?
Molte volte il lavoro si inizia per necessità, ovvero per la soddisfazione di bisogni fondamentali e del tutto elementari. Ciò non esclude che poi, nel corso della vita, le cose possano cambiare in meglio: si può anche raggiungere un reddito che, per quanto distante da quello delle classi più agiate, comunque consente un livello di vita più elevato di quello rappresentato dalla semplice sopravvivenza. Questo, beninteso, se riferito ai paesi industrializzati, non quelli nei quali la gente vive anche con un dollaro al giorno.
Per quanto poi riguarda l’Italia, ci sono milioni di lavoratori che senza dubbio ricevono un trattamento diseguale, ma che tuttavia non vivono più nelle condizioni dei lavoratori di cento o cinquanta anni fa. Essi, ad esempio, non sono alle mercé dell’impresa per poter sopravvivere, per avere una casa o mettere al mondo dei figli. Ciò tuttavia non esclude dai rapporti di lavoro - come ho già detto - la questione della subordinazione e la conseguente assenza di libertà. Esse sono il portato del sistema gerarchico proprio dell’impresa, a prescindere dalle sue forme. Di qui la mia convinzione che il movimento sindacale debba sempre impegnarsi per far valere i diritti universali dell’uomo e del cittadino, da cui non possono essere esclusi i tanti diversi lavoratori, le tante diverse forme di lavoro e di contratto oggi esistenti. A mio giudizio, occorre fare proprio di questo obiettivo, quello della libertà e dei diritti dei lavoratori in quanto cittadini, il fulcro centrale della strategia sindacale vista nel suo complesso.
A proposito di diritti, nella vulgata comune sembra che stia passando la concezione secondo la quale oggi il “lavoro” in Italia e in Europa, possa - anzi debba - essere “flessibile” (anche se ovviamente nessuno si arrischia ad affermare esplicitamente che debba anche essere “precario”), in ragione dell’attuale situazione internazionale, caratterizzata da una competizione divenuta via via più dinamica ed aggressiva. è proprio così, o ci sono altre motivazioni, per esempio quella strategica di mettere al centro dell’economia la crescita del profitto piuttosto che la salvaguardia e la tutela del lavoro? C’è insomma una accezione positiva di “flessibilità” e, se sì, come darle una rappresentanza sindacale?
Io credo che la risposta sia implicita nella domanda: c’è oggi un indubbio uso ideologico della flessibilità, esercitato al solo scopo di accentuare, ancora di più, il carattere oppressivo del lavoro. Questa è, per me, una spiegazione molto convincente. Se osserviamo la realtà, il lavoratore precario, prima ancora di ogni altra considerazione, non è libero nelle sue proprie scelte. Lavorando sei mesi, senza sapere se nei sei mesi successivi avrà ancora un’occupazione, egli si trova nella più assoluta incapacità di decidere del suo personale destino. è proprio in ragione della precarietà del suo lavoro che egli, dunque, si trova a patire uno stato di massima subordinazione: tra le altre cose, non sa se sposarsi, se affittare un appartamento, se mettere al mondo dei figli.
Detto questo, va precisato che la flessibilità, in sé, non è né buona né cattiva: essa è un semplice prodotto delle nuove tecnologie introdotte nei campi dell’informazione e della comunicazione. Tale situazione rende flessibile sia il rapporto tra imprese e mercato, sia la stessa organizzazione dell’impresa, che si deve adattare sempre più ai mutamenti del mercato stesso e alle sfide della competizione.
Nello stesso tempo, però, se questa flessibilità non trova un supporto nella formazione e nell’acquisizione di nuove conoscenze, rischia di diventare fonte di continua precarietà e incertezza, con una conseguente diminuzione di libertà. Di qui la grande questione propria delle società contemporanee: quella di saper comprendere come la flessibilità del lavoro comporti un passaggio di fase, ovvero il passaggio da una società tradizionale ad una società della conoscenza, dove la conoscenza costituisce l’unico modo che rende possibile adattare il proprio lavoro al divenire della vita. è l’unica strada che consente di mantenere una padronanza sulle proprie capacità individuali, senza delegarle al padrone; è l’unica possibilità per far coincidere la propria attività pratica con la realizzazione della persona.
Il precariato, al contrario, è la grande minaccia che oggi incombe sulle società contemporanee. Tale questione, a mio avviso, non è ancora stata compresa in tutta la sua portata: infatti non ci troviamo di fronte soltanto ad una questione di “occupazione discontinua”, bensì ad un fenomeno che, di fatto, esclude dalla società civile un numero sempre più grande di persone. Ma non di solo lavoro si tratta: quando un individuo non è libero nel proprio lavoro, e dunque vive nell’incertezza quotidiana, tende anche ad escludersi dalla vita politica, con grave danno della stessa vita democratica del Paese.
Dal punto di vista dell’umanizzazione del lavoro (pensiamo, ad esempio, al welfare state) quali sono state, a suo giudizio, le “svolte” più significative da ricordare, in Europa, ma anche in Italia nel secolo scorso?
è indubbio che una grande svolta si sia determinata in Europa con l’applicazione, nei fatti, dei programmi di “welfare”, introdotti dapprima nei paesi scandinavi e successivamente, con il “piano Beveridge”, in Gran Bretagna. Essi si sono poi diffusi, come un modello da seguire, un po’ in tutti i Paesi del Vecchio continente.
Ebbene, la nozione di “stato sociale” non implicava solo la correzione di quelle disuguaglianze che erano il portato delle trasformazioni industriali; essa era anche il mezzo per realizzare - non dimentichiamo - la piena occupazione. Era infatti questo l’obiettivo centrale del “piano Beveridge”. Da questo punto di vista, il welfare risultò una tappa fondamentale sia per il movimento dei lavoratori, sia per la concezione stessa della democrazia e della politica.
Un’altra tappa, fondamentale anch’essa, è stata la presa di coscienza negli anni Sessanta, in tutti i Paesi europei, dell’importanza di forme di autogoverno del lavoro, a fronte di condizioni, nella vita di fabbrica, davvero insostenibili. Erano, quelli, gli anni del fordismo esasperato; erano gli anni in cui in Germania i sindacati lanciarono per primi il partito socialista democratico tedesco. Willy Brandt, ad esempio, pose in testa al suo programma il problema dell’umanizzazione del lavoro. Questo doveva essere, se non ancora “più libero”, almeno più “umano”e più sopportabile per quanto atteneva alla difesa della propria salute; più disponibile, in generale, a veder migliorata la condizione professionale dei lavoratori.
Anche in Italia, in quegli anni, si sono maturate grandi esperienze in questo campo, con ricadute significative anche sul terreno culturale. Basti pensare alle nuove forme di rappresentanza con le quali si organizzarono i lavoratori, ovvero i Consigli dei delegati, o la conquista del diritto all’assemblea. Ma, accanto a queste, ci sono state anche conquiste di carattere pratico, come la difesa della salute in fabbrica, ottenuta attraverso il controllo dei rischi rappresentati da talune attività lavorative. Da questa esigenza sono sorte le commissioni d’inchiesta, costituite da medici sui luoghi di lavoro. Con il mettere al primo piano la questione dell’integrità fisica, ma anche con il diverso modo per mezzo del quale si doveva pensare alla persona umana, si è verificato un indubbio salto di qualità rispetto ai precedenti modi di pensare.
Per quanto attiene all’oggi siamo entrati, come ho detto, in una nuova fase: molte delle conquiste, pur importanti, degli anni Sessanta sono state messe in discussione; e ciò non solo per la cattiva volontà dell’imprenditore (pur sempre presente), ma anche per le trasformazioni oggettive introdotte dalle nuove tecnologie, cui si deve anche la flessibilità nella prestazione da lavoro. Oggi si è insomma abbandonato il vecchio concetto di fedeltà all’impresa per sostituirlo con quello della responsabilità del lavoratore; di un lavoratore sempre più mobile, sempre più flessibile e, dunque, sempre meno libero.
A fronte di tale scenario, assume a mio parere un’importanza strategica la questione della conoscenza. Nei paesi avanzati (altra faccenda è quella dei Paesi del Terzo mondo) noi rischiamo una nuova divisione di classe tra chi - pur senza annoverare i cosiddetti “analfabeti di ritorno” - è in possesso degli strumenti della conoscenza, e ha modo di aggiornarli continuamente, e chi invece tali strumenti non ha, magari perché escluso (all’inizio, nel mezzo o in un determinato momento della propria vita) da questo possesso. Egli, da questo punto di vista, viene inevitabilmente marginalizzato anche dalla vita sociale e politica del Paese.
Ebbene, rispetto a questa nuova frontiera, la nostra presa di coscienza mi sembra, oggi, in larga misura ancora inadeguata.
Nel passato si riteneva che la riflessione (e l’azione) sull’organizzazione del lavoro dovesse avvenire al di fuori dell’ordinamento economico esistente, assumendo come ineludibile punto di vista quello della sua critica. Oggi, a fronte degli impetuosi processi di globalizzazione in corso, un tale punto di vista “critico”- ammesso che ci sia - non dovrebbe passare attraverso forme di relazioni politico-sindacali di livello internazionale, anzi, come verrebbe da dire, addirittura planetario?
Quello indicato è un problema reale. Debbo però anche dire che sono in corso d’opera tentativi molto seri per promuovere nuove forme di unità, concepite a livello internazionale. Sono ad esempio in corso trattative tra la Cisl internazionale e la Confederazione mondiale dei lavoratori di origine cristiana, la quale, tra l’altro, ha un grande peso in alcune parti del mondo, prime fra tutte il Sud America e l’Africa. Nella direzione di una strategia comune si stanno dunque facendo grandi passi in avanti con la riforma della Confederazione europea dei sindacati, la Ces, che tenta di dare più spazio di rappresentanza ai vari settori delle singole categorie.
Guai però a separare questo processo - che come ho detto è in pieno corso - da una riflessione critica sulla strategia del movimento sindacale nel suo complesso. Il grande problema è che, di fronte all’emergere delle nuove forme di espressione del lavoro sopra indicate, il sindacato, se non trova delle adeguate strategie di risposta, rischia di essere ridotto ai minimi termini. Si pensi che, di fronte ai tanti milioni di lavoratori oggi presenti nel mondo, tutti i sindacati messi insieme oggi ne rappresentano qualcosa come meno del 10%. Cosa facciamo dunque nei confronti di tutte queste figure, che sono nate spesso fuori del sindacato, se non contro di esso, e che pure costituiscono - nella loro diversità - una parte fondamentale del mondo del lavoro oggi esistente? Come rappresentare, insomma, i lavoratori atipici in Italia; come rappresentare l’economia informale nell’America del Sud, in Africa o nei Paesi asiatici? Come dare voce a questa massa enorme di milioni e milioni di esseri umani, che, sottoposti a condizioni di lavoro spaventose - a cominciare dallo sfruttamento dei minori e dei bambini -, non hanno la possibilità di pesare sulle condizioni di vita del Paese in cui vivono?
Del resto, le difficoltà di una più allargata rappresentanza sindacale non mancano nemmeno in Italia. Esse sono principalmente dovute alla difficoltà di passare da un’organizzazione di massa ad una di persone: ad un’organizzazione che sappia ascoltare non soltanto i bisogni di centomila persone riunite, ma anche i bisogni - spesso irriducibili e diversi - di ogni singola persona. C’è bisogno di un maggior salario, c’è bisogno di una maggiore formazione, un bisogno di una casa in cui vivere, c’è bisogno per molti di uscire da uno stato di degrado, c’è bisogno di sottrarsi al mondo della droga. Ognuno insomma è portatore di singoli problemi, che il sindacato non era abituato a considerare come delle priorità. Ed invece è proprio dall’esito della battaglia per la loro soluzione che dipenderà il futuro rapporto tra il sindacato e la grande massa dei lavoratori subordinati.
Il rapporto esistente tra le condizioni di lavoro e i fondamenti del capitalismo come ordinamento è sempre stato al centro dell’interesse del sindacato. Come dovrebbe rispondere il mondo del lavoro di fronte al progressivo impoverimento degli strati più disagiati e del declassamento di un intero ceto, quello medio?
Il quadro cambia a seconda delle realtà alle quali ci riferiamo. Non c’è dubbio che nei Paesi industrializzati le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori non hanno paragone con quelle di un secolo fa. Si sta certamente un po’ meglio, anche se non va affatto sottovalutato, in tutti i Paesi industrializzati, l’aumento della disuguaglianza. Io credo che ciò dipenda dal fatto che il movimento dei lavoratori abbia tardato ad adattarsi alle nuove sfide della globalizzazione, mettendo al primo posto, ad esempio, la questione della conoscenza. Bisogna infatti sapere che oggi investire nella conoscenza rappresenta, anche per un lavoratore, una assicurazione sulla vita molto più importante degli stessi fondi pensione. Investire in conoscenza significa avere la possibilità di essere continuamente inserito nelle attività lavorative, senza essere abbandonato sul marciapiede.
Diversa, anzi diversissima, è la situazione dei Paesi del Terzo mondo: in questi esistono infatti gli stessi problemi di conoscenza tipici dei Paesi industrializzati, con in più la questione, decisiva in quanto prioritaria, della sopravvivenza. Ma anche in questo caso non possiamo tuttavia ignorare il problema della libertà: è nella misura in cui si cede al ricatto del lavoro non libero che poi si subiscono tutte le forme di dispotismo, ivi compresa quella del basso salario, del lavoro nero etc. Prima ancora dell’impoverimento, ci sono infatti le violazioni dei diritti del cittadino. è da lì che poi viene l’impoverimento.
Riposo, libertà, felicità sono parole che, se riferite al lavoro, appaiono oggi ancor più anacronistiche che per il passato. Dobbiamo rinunciare a perseguire tali utopie (magari rassegnandoci alla logica del più ferreo realismo politico), oppure è ancora legittimo coltivare il sogno di una società più equa e più umana, nella quale il lavoro torni ad essere un diritto e non una benevola concessione, per di più condizionata dalle sole ragioni del mercato e del profitto?
Per rispondere a questa domanda occorre partire da un presupposto: il tema del rapporto tra vita e lavoro è destinato ad acquistare, come ho già detto, sia pure con le caratteristiche proprie che oggi lo contraddistinguono, un’importanza sempre maggiore rispetto al passato.
Ragionare in termini di “riposo”, ad esempio, significa decidere di voler governare il proprio tempo di vita e di lavoro; significa, da parte dei lavoratori, voler sottrarre all’imprenditore la totale disponibilità del loro tempo.
Che sia proprio questa la strada verso la quale ci stiamo incamminando è d’altro canto dimostrato dal recente rinnovo del contratto dei metalmeccanici, conclusosi qualche settimana fa. La ragione del contendere non è stata tanto quella connessa alla questione del salario, quanto piuttosto quella relativa alla decisa opposizione all’impresa, lì dove questa intendeva eliminare qualsiasi forma di contrattazione decentrata sul tempo di lavoro. Cruciali, in questo senso, erano le questioni del sabato lavorativo, la gestione degli straordinari etc.
Il “riposo”, dunque, va inquadrato nella sua giusta prospettiva: quella che richiama la questione cruciale della difesa di diritti, in quanto, in questo caso, la posta in gioco è quella di sottrarre all’imprenditore il dominio sul tempo di lavoro e di vita delle persone. Dalle decisioni dell’impresa dipende infatti l’organizzazione di lavoratrici e lavoratori, ma anche delle loro famiglie, alle prese con questioni di tutti i giorni, ma tali da decidere della qualità della loro esistenza. Quando si comunica ad una tessitrice che il sabato pomeriggio dovrà fare il turno di notte, ciò non scompiglia forse, il lunedì successivo, l’esistenza sua e dei suoi figli? E questo non vuol forse dire che il lavoratore viene espropriato della possibilità di governare, oltre alla sua sfera pubblica, anche quella privata?
Per quanto riguarda la felicità, ho già detto: essa mi sembra debba essere riferita alla sensibilità delle singole persone. Più che il tema della felicità, è quello della libertà a risultare a mio parere decisivo per l’immediato futuro. Esso sarà senza dubbio centrale per le battaglie che impegneranno il sindacato in vista sia di una trasformazione del lavoro, sia del conseguimento dell’importante traguardo di una effettiva eguaglianza delle opportunità. Non si può parlare dell’uguaglianza come di un dono che, una volta elargito, vale per sempre. Essa è legata alla continua trasformazione dell’economia, che cambia di continuo le sue condizioni. Di conseguenza, se oggi una persona non riesce ad arricchirsi professionalmente, e dunque anche intellettualmente, non è affatto eguale, sul piano delle opportunità, rispetto a chi, al contrario, riesce a farlo. Di conseguenza è questa la questione vera sulla quale dovremo misurarci nell’immediato futuro, se vogliamo davvero arrivare ad una società nella quale gli uomini e le donne siano davvero liberi di scegliere il proprio destino, a cominciare con il decidere che uso fare del proprio lavoro e della propria libertà.
Bruno Trentin, è stato Segretario generale della Cgil. dal 1988 al 1994. Dopo ha ricoperto incarichi vari in politica ed è anche stato deputato europeo. è autore di importanti opere sui temi del sindacato e del lavoro.