Articolo 33 n. 9/10/2011
Edizione del 31/10/2011
Editoriale
Riflessioni sulla manifestazione dell’8 ottobre
Pubblico è futuro. Ecco perché
Domenico Pantaleo
“Lavoro pubblico significa garantire ogni persona di non rimanere sola...”. In piazza a Roma l’orgoglio del lavoro e dei servizi pubblici. I tagli al settore fanno male a tutti i cittadini e a tutto il Paese
La rivista “Articolo 33” mi ha chiesto di riproporre su queste colonne il discorso tenuto l’8 ottobre scorso alla splendida manifestazione dei settori pubblici. Non avevo un discorso scritto e ho riguardato i miei appunti per ricordarne i punti salienti.
Quella dell’8 è stata la manifestazione dell’orgoglio del lavoro pubblico che è stato in tutti i modi umiliato in questi ultimi anni. Ci hanno chiamato fannulloni, hanno definito il nostro lavoro inutile e i nostri settori fonte di sprechi. In piazza a Roma abbiamo voluto dire, invece, che lavoro pubblico significa garantire a ogni persona di non rimanere sola, significa dare a tutti i bambini e a tutti i ragazzi gli strumenti per sperare in un futuro migliore di quello dei loro genitori, per diventare cittadini a pieno titolo portatori di diritti garantiti e di doveri derivanti da regole certe e uguali per tutti. Dare dignità e speranza a un Paese che sembra aver perso la bussola.
Questa è anche la funzione di chi lavora nel pubblico. Questo è stato il senso che abbiamo voluto dare alla campagna “Sono stato io...”, declinata in tante espressioni quante sono le mille e più funzioni pubbliche. “Sono stati io a insegnare a leggere a 2.011 bambini” scrive un maestro, “Sono stato io a conferire la laurea a 911 studenti”, dice un ricercatore, “Sono stato io a pulire oltre 160 mila aule” dice un collaboratore scolastico, “Sono stato io a insegnare l’armonia a 3.223 studenti” dice un docente del conservatorio”, “Sono stato io ad assistere 853 studenti diversamente abile”, dice un insegnante di sostegno, “Sono stato io a scoprire una terapia contro la calvizie” dice con malizia un ricercatore”... E si potrebbe continuare. In sostanza sono stato io è un modo efficace per narrare cos’è il lavoro pubblico e la sua funzione al servizio degli altri.
Ho voluto parlare non solo del lavoro pubblico, ma del lavoro tout court, che deve riacquistare valore, ridiventare una grande motore di emancipazione. La mercificazione del lavoro è figlia del modello liberista che ha violentato i diritti nel lavoro e le protezioni sociali. Lo dicevo con commozione perché pochi giorni prima quattro giovani donne avevano perso la vita nel crollo del laboratorio dove lavoravano senza nessuna sicurezza per 4 euro al giorno. Si chiamavano Matilde, Giovanna, Antonella e Tina e sono morte perché oggi in Italia due parole che dovrebbero essere cancellate per sempre, “sfruttamento” e “schiavitù”, sono ritornate in auge con la diffusione del lavoro nero. Un paese che tollera l’illegalità nel lavoro non può essere definito un paese civile. Anche per queste ragioni occorre licenziare Berlusconi e il suo governo: incompetente, moralmente impresentabile, che annienta la democrazia. E ne calpesta i fondamenti, dalla libertà di stampa al diritto alla formazione, alla dignità del lavoro, tutti valori richiamati dalla nostra Costituzione, quei valori che sono patrimonio comune della Nazione, tutta. Per questo ci battiamo per cancellare l’articolo 8 della manovra finanziaria, quello che spoglia i lavoratori di diritti fondamentali, previsti dallo Statuto, e della loro dignità. Non bisogna rendere più facili i licenziamenti, ma le assunzioni in un paese con livelli così alti di disoccupazione e di precarietà. E anche per questo siamo con i lavoratori della Fiat e con la Fiom, contro Marchionne e il suo modo di concepire le relazioni industriali, la cui filosofia trova esatta corrispondenza nei settori pubblici col modello Brunetta: meno diritti e più arbitrio, meno contrattazioni e più poteri unilaterali, più clientelismo e meno trasparenza.
Ci piace pensare a un paese in cui libertà e giustizia tornino a essere fondamentali. Per questo siamo stati al fianco degli studenti, delle tante ragazze e dei tanti ragazzi che proprio il giorno prima della nostra manifestazione hanno occupato le piazze d’Italia per riprendersi il presente e il futuro, di fronte a un paese che nega loro ogni speranza. Siamo con loro perché alle nuove generazioni va data una prospettiva diversa, fatta di quel diritto all’istruzione che oggi viene messo in discussione con il taglio del 95% dei fondi per il diritto allo studio. Alle nuove generazioni va data la prospettiva di un lavoro fatto di stabilità, di diritti e di valorizzazione delle competenze e invece da noi la disoccupazione giovanile viaggia sul 30%. Occorre garantire un reddito di base come garanzia di libertà per affermare, qui ed ora, uguaglianza e inclusione sociale. Da questo punto di vista è particolarmente drammatica la situazione del mezzogiorno. A questi giovani vanno offerte delle opportunità perché non si può accettare che una parte importante dell’Italia venga abbandonata a se stessa, condannata alla disperazione e all’illegalità diffusa.
Condividiamo la protesta dei giovani e degli indignati che non accettano che vengano salvati ancora una volta le banche e i grandi speculatori mentre si pretende di scaricare la crisi sui giovani, sui lavoratori, sulla parte più debole del paese. Come si sta facendo con le manovre finanziarie, come pretende la banca centrale europea. Si deve uscire dalla crisi opponendosi al modello esistente basato sul potere assoluto dei mercati, sulla precarizzazione del lavoro e sulla regressione della democrazia. È l’intera architettura della globalizzazione neoliberista che va messa in discussione per salvare l’umanità.
Mentre scrivo queste note, arrivano le prime notizie sulla legge di stabilità e ancora una volta si mette mano sul lavoro pubblico. Il costo del risanamento non può essere pagato sempre dai settori pubblici anche con ulteriori tagli di stipendio, con i blocchi delle assunzioni, con interventi sulla previdenza. La competitività delle imprese deve reggersi sulla qualità, sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione e non sull’abbassamento dei diritti. Ma credo che oggi le forze sociali debbano pensare non solo alla crescita, ma anche a quale crescita, a quale modello di sviluppo. Nell’attuale crisi mondiale, c’è bisogno di più Stato, di più investimenti e intervento pubblico proprio per sperimentare strade nuove, dare fiducia a tutti gli operatori e ai cittadini che ci sarà più equità e più sostegno ai più deboli.
Questo è il significato di “pubblico è futuro”: andare in senso contrario a quanto fatto in questi anni contro tutto ciò che è pubblico, in particolare la scuola, l’università, la ricerca, l’alta formazione.
I beni comuni non vanno privatizzati perché devono essere risorse a disposizione di tutti. Devono restare pubblici, come hanno detto milioni di cittadini al referendum contro la privatizzazione dell’acqua. La Cgil ha indicato anche dove e come reperire le risorse: l’introduzione di una patrimoniale sulle grandi ricchezze mobiliari e immobiliari, il recupero dell’evasione fiscale arrivata a 120 miliardi di euro, la lotta alla corruzione e le ruberie che ci costano 60 miliardi, la riduzione delle spese militari a favore di interventi per l’edilizia scolastica, per progetti di messa in sicurezza degli edifici, per progetti di recupero dell’evasione scolastica.
Nei settori della conoscenza vogliamo riconquistare il contratto nazionale. Non accettiamo che una grande conquista di civiltà e di unità nel lavoro, come il contratto, venga cancellata. Vogliamo fare la contrattazione anche nei luoghi di lavoro, con le regole stabilite dal contratto nazionale, perché è nell’azione quotidiana che va migliorata la qualità dell’istruzione e della ricerca pubblica, coinvolgendo i lavoratori e i loro rappresentanti sull’organizzazione del lavoro e sulle prestazioni. Invece vogliono eliminare la funzione del sindacato per lasciare il posto ad un sistema di relazioni sociali nel quale ogni interesse individuale si contrappone ad un altro. Se viene meno il valore universale degli istituti contrattuali si mette in discussione il modello sindacale confederale che garantisce solidarietà e il prevalere degli interessi generali e si afferma quello delle tante piccole nicchie corporative. Senza il sindacato le condizioni dei lavoratori peggiorano, e senza contratto e contrattazione non c’è più sindacato! Questo è il sogno del governo Berlusconi.
Senza il sindacato, o con un sindacato indebolito, è più facile fare strame dei diritti individuali e collettivi. Hanno un’idea autoritaria che nega ai lavoratori persino la possibilità di difendersi da azioni disciplinari. È per questa ragione che vogliamo ricostruire la democrazia nei posti di lavoro in tutti i nostri comparti. Le elezioni delle Rsu sono un fatto importante, anche per riconquistare dal basso l’unità sindacale e la contrattazione. Qualsiasi tentativo del governo di cancellare il diritto dei lavoratori a votare e scegliersi i propri rappresentanti sarà contrastato da tutta la Cgil con tutti i mezzi possibili. La democrazia sul lavoro è un diritto e un modo per riconnettere ciò che sta dentro e ciò che è fuori dei luoghi della conoscenza.
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