Articolo 33 n. 9/10/2011

Edizione del 31/10/2011

Studi e ricerche

La generazione dei Neet
In attesa del futuro

Loredana Fasciolo

L’Italia è il Paese in cui si contano più giovani Neet che in qualsiasi altro Paese europeo. Servono analisi più adeguate per descrivere la realtà che molti giovani vivono oggi

La crisi economica in corso ha peggiorato la capacità del sistema di coinvolgere i giovani in attività lavorative e i cosiddetti “disoccupati” sono solo la punta dell’iceberg dell’esercito di giovani senza lavoro. Che il numero dei giovani italiani disoccupati nel nostro Paese avesse raggiunto e superato la quota del 29% era cosa nota. Quel che sorprende è  che L’Istat, nel suo rapporto annuale, ha individuato una bella fetta di giovani (il 22,1%) tra i 15 e i 29 anni, che non solo non lavora, ma non studia, non si forma.
In numeri assoluti questo esercito disomogeneo - più di due milioni di giovani - è rappresentato prevalentemente per il 65,5% da “inattivi”, vale a dire coloro che neanche cercano lavoro perché sanno di non trovarlo e per il 34,5% da una parte di coloro che vengono definiti “disoccupati” (che cercano lavoro attivamente, quelli censiti, iscritti al collocamento, coloro che hanno perduto il lavoro da poco ecc).
Li chiamato “Neet” (acronimo di Not in education, employment or training) e rimangono in questa situazione per almeno 2 anni (il 7.3% di essi, però, si trova in tale condizione da 4 anni consecutivi).
L’incidenza di questo fenomeno, in espansione, è più alta tra le donne (24,9%), tra i residenti del mezzogiorno (30,9%) e tra i giovani che hanno al massimo la licenza media (23,4%). Ed è in ulteriore aumento: nei primi mesi del 2011 sono arrivati al 30%. Un notevole incremento si riscontra anche nel nord est anche se la percentuale totale dei Neet del nord del Paese rimane inferiore rispetto a quella del centro e del mezzogiorno (vedi Tab. 1)
Aumenta, tra i giovani Neet, anche la componente straniera che, nel 2010, raggiunge il 14,7% del totale dei Neet : 310 mila unità, un terzo (32,5%) della popolazione straniera della facia d’età 15-29 anni.
L’87,5 per cento dei Neet maschi e il 55,9 per cento delle femmine vive ancora nella casa dei genitori. Fra le ragazze, circa 450 mila sono partner in una coppia, con o senza figli, e rappresentano il 38,3 per cento delle Neet italiane (è frequente che questa categoria non sia disponibile a lavorare).
L’unico ammortizzatore sociale è, come al solito, la famiglia d’origine che, però – secondo il Rapporto Istat – si sta impoverendo e fatica sempre più ad assolvere a questo compito.
Oltre il 15,7% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio economico, con una percentuale che supera il 25% nel Mezzogiorno; una su tre non riesce a sostenere spese impreviste e si indebita sempre più. è una condizione che non riguarda più solo le classi sociali più basse, ma in misura crescente anche quelle medie.
La quota dei Neet in Italia – nel 2009 – era già significativamente superiore alla media Ue (21,2% contro il 14,7%) e prossima solamente a quella spagnola (20,4%). Ma, a differenza degli altri paesi, il fatto che la condizione di Neet in Italia sia in buona misura riconducibile all’area dell’inattività piuttosto che a quella della disoccupazione, riflette una situazione di preoccupante scoraggiamento e d’indebolimento del desiderio dei giovani di acquisire una propria autonomia.
Tra i giovanissimi regna la rassegnazione e in molti di loro la tendenza a credere che anche laurearsi non aiuterà a trovare un lavoro. In effetti cresce, oltre alla disoccupazione giovanile, anche il sottoutilizzo di molti giovani laureati (vedi Rapporto Almalaurea sulla condizione occupa- zionale dei laureati).


Una crisi culturale ed esistenziale

Lungi dall’essere solo economica, la crisi in corso, che ha colpito pesantemente i giovani, è anche e soprattutto culturale ed esistenziale.
Dopo la corsa a far crescere velocemente i bambini*, non già per farne bravi cittadini e persone mature ma solo forti consumatori, ora avviene una brusca frenata che li lascia eterni adolescenti. Non diventano adulti perché non lavorano e se non lavorano non possono consumare, se non consumano sono infelici, insicuri ed aggressivi. Il rischio molto reale è che sempre più giovani rinuncino alle proprie responsabilità, a fare qualsiasi tipo di “sacrificio” (studiare, imparare, lavorare) che non abbia un immediato riscontro (guadagno), e credano che l’unica via d’uscita sia costituita da un “colpo di fortuna”, dalla partecipazione a trasmissioni televisive che li “lancino” nel mondo dello spettacolo, in cui possano dimostrare i loro “talenti” e dal considerare il corpo - al quale dedicano esagerate cure - come merce di scambio.
Ma quando non  ci si può adeguare al modello edonistico proposto/imposto dai mass media esso si tramuta spesso nel suo opposto, in una sorta di nichilismo.
I giovani non si sentono “parte”, sono senza identità. Il loro impoverimento culturale si fa più accentuato: i Neet dedicano molto più tempo al dormire, al mangiare rispetto ai loro coetanei che studiano o lavorano (anche in modo precario).
Lo stile di vita dei giovani Neet presenta dei rischi anche per la salute: fumano, bevono alcool (anche se meno dei “disoccupati”) e il 50% di loro non pratica sport.
Più tempo rimangono in questa situazione più difficile diventa la loro entrata nel mercato del lavoro e rischiano seriamente di diventare degli emarginati, degli esclusi dalla società. Sono pochi coloro che fanno parte di associazioni e che s’impegnano politicamente, fruiscono meno degli altri di cinema, teatri, musei e mostre, leggono meno i quotidiani e usano meno il pc e internet, si sentono – insomma – estranei a questo mondo e alle tendenze dominanti di sviluppo della società contemporanea.
Inoltre, in linea con i dati Pisa sulle competenze in letture in Italia, l’Istat conferma che nel 2009 il 13,2% dei giovani di 15-29 anni (oltre 1,2 milioni di persone) non ha letto neanche un libro in un anno.
Questo significa che a trent’anni questi ragazzi torneranno ad essere analfabeti.
 L’indagine rileva la persistenza di un dato già ampiamente noto: leggono libri coloro che crescono nelle famiglie dove ci sono molti libri, coloro che hanno genitori diplomati e laureati ed infine leggono di più coloro che vivono al Nord rispetto a coloro che risiedono nel Mezzogiorno.
La lettura in Italia è  dunque connessa ancora all’appartenenza sociale e la scuola purtroppo non è riuscita a neutralizzare le disparità sociali in questo campo.


Bibliografia
- Rapporto ISTAT 2011
- “Valore Giovani” supplem. al n. 16/2011 di “Rassegna Sindacale”
- “L’Espresso” n. 28 del luglio 2011
- www.sbilanciamoci.info

Nota
* Neil Postman, La scomparsa dell’infanzia, Armando Editore, Roma 2005. La televisione sta annullando l’infanzia. Le età della vita tendono a contrarsi e sono ridotte a tre: ad un estremo c’è la primissima infanzia, all’altro la senilità. In mezzo un lungo periodo, quello del “bambino adulto”; Anna Oliverio Ferraris, La sindrome Lolita, Rizzoli, Milano 2008.
Tv e pubblicità inviano messaggi carichi di allusioni violente e sessuali che inducono ad un’erotizzazione precoce dell’infanzia. Inoltre, i persuasori (non più tanto occulti) dei media esercitano sul nostro inconscio e in particolar modo su quello dei più piccoli delle pressioni che influenzano e orientano i consumi dell’intera famiglia.

 (la tabella non è stata qui riportata)

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