Articolo 33 n. 7/8/2012

Edizione del 31/07/2012

In primo piano

Rimandati a settembre
Profumo di scuola

Paolo Cardoni

Cosa aspettarsi dal nuovo anno scolastico? Mai domanda sarebbe risultata più oziosa fino a qualche anno fa. Ma da qualche tempo l’incertezza è di casa nella vigile sonnolenza del mondo scolastico. E l’incertezza è quanto di peggio si possa insinuare in un sistema che vive di stabilità, di ritualità, di regole, di passaggi… magari odiati, criticati, rifiutati… ma capaci in definitiva di dare un senso di identità, di uguaglianza, di appartenenza; un po’ come il servizio militare di un tempo: non questa cosa specialistica, ma quella di massa, che tanto ha segnato la cultura di generazioni di cittadini, in positivo e in negativo: tutti bene o male ci dovevano passare e ne restavano segnati; e ripensandoci, non era difficile constatare che tutto sommato quello era il secondo impatto col mondo di fuori e con le strutture di uno Stato-res publica che poteva anche non piacere, ma che poteva sempre cambiare segno…
Il secondo impatto, sì. Perché il pri-mo c’era già stato: la scuola, che ha segnato per generazioni l’ingresso nel mondo degli altri e quindi di tutti, in cui ciascuno è chiamato a cercare la propria misura in relazione a tutto il resto.
è questo il primo impatto con le regole comuni, con il rischio dell’arbitrio, con il bene e il male che la convivenza in una società civile riserva a ciascuno. è tutta lì la magia di certi riti: il primo giorno di scuola, il primo esa-me, la scelta di un indirizzo che sancisca un’attitudine o una mera possi- bilità, gli incontri – giusti, sbagliati, definitivi – il riconoscimento dell’avvenuta formazione e quindi la legittima- zione a entrare nel mondo adulto, quello della responsabilità individuale pienamente riconosciuta: quello della patente, del certificato elettorale, del servizio obbligatorio (militare, appunto; ma anche civile; e tale potrebbe ancora essere) in favore della res publica, del lavoro (ahi!).
è questo complesso di momenti che intendiamo quando parliamo di un sistema basato su una serie di ritualità. Ed è questo che sta entrando in crisi profonda. Attenzione: tutto questo non c’entra nulla col mantenimento di forme desuete o con la mancanza di innovazioni, sia tecniche, sia di senso: c’entra solo col mantenimento di un collante sociale che è fatto di ritualità riconosciute perché riconoscibili. Ove lo Stato-res publica rinunciasse alle proprie, altre resterebbero e ne prenderebbero – riprenderebbero – il posto: ritualità religiose, ad esempio (mai venute meno, anche se cambiate nel tempo e fortemente indebolite nei significati più profondi, ma non in quelli rituali: si pensi a battesimo, comunione, cresima ecc.), ma anche di altra natura e di altro livello, in cui prevale il segno non della cosa pubblica ma di quella privata: “cose” che nella tradizione italica non hanno in genere il segno di una società civile ricca di richiami identitari comuni, ma conservano piuttosto il segno di identità particolari: cosa “nostra”, familistica, di clan, di club, di campanile, magari di azienda, ecc., ma non di Stato, e cioè, laicamente, di tutti i singoli individui che lo compongono.
Ora, non è che questi sistemi non possano essere cambiati – o non cambino di fatto con i cambiamenti della società (come è accaduto, bene o male che sia, per il servizio milita-     re) –; ma vanno cambiati cum grano salis, avendo un’idea di quello che si vuole ottenere e di quello che si deve comunque conservare; e quello che si vuole ottenere, l’obiettivo da raggiungere, come avrebbe detto il vecchio Mager (cfr. Definire gli obiettivi) innanzitutto deve essere definito esplicitamente e, in secondo luogo, non es- sendo questi sistemi – e in particolare quello che si chiama scuola – di proprietà di nessun governo, bisognerebbe vedere se è condiviso dai proprietari effettivi, ossia i cittadini.


La scuola ha bisogno di consenso e collegialità

Qui, al contrario, sul pianeta scuola, nessun obiettivo è dichiarato in modo esplicito, e quando ciò avviene le misure successive spesso vanno in altra direzione. Nel corso degli anni si è sempre parlato genericamente di “riforma della scuola”: Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini: ognuno ha fatto la propria “riforma”; ma gli obiettivi erano diversi, chiaramente non condivisi, al punto che il sistema non è cambiato, ma è stato sottoposto a sollecitazioni e spinte contrastanti. Solo l’esigenza di ridurre le spese è rimasta costante (restano proverbiali le “nozze senza fichi secchi” di cui parlò il ministro De Mauro). Ma questo può essere fatto senza cambiare nulla; oppure, introducendo cambiamenti più o meno profondi, che però vanno necessariamente in una direzione: che va indicata, motivata e sostenuta. Altrimenti, possono verificarsi reazioni o effetti non voluti: il collasso, ad esempio. E il collasso di un sistema come quello scolastico potrebbe avere conseguenze ben più gravi sul futuro dell’intera collettività, perché la scuola lavora solo sul futuro e ciò che non si costruisce oggi, non si troverà domani, legalità, cittadinanza e senso dello Stato in primis…
Dopo le iniziali cautele di Profumo, una serie di annunci hanno messo in discussione i riti, senza dare il senso dell’obiettivo da raggiungere. Non si capisce in che direzione vadano gli interventi. E ciò vale anche per la riduzione della spesa. è sicuro che si voglia solo risparmiare? che senso ha allora, nel quadro di riduzione della spesa, stanziare fondi per la scuola privata? Questo ha senso solo in un quadro diverso, che però non è dichiarato: privatizzazione della scuola secondo un disegno che già considera le scuole private come una parte del sistema pubblico dell’istruzione. Visione ideologica, legittima quanto si vuole, ma ideologica, che appare bizzarro sostenere con fondi pubblici in un momento in cui si è costretti a ridurre la spesa per ciò che è di tutti.
Idem per l’altrettanto non dichiarato obiettivo di applicare alla scuola un modello di gestione aziendale, centralizzato, in cui il dirigente assume compiti di datore di lavoro e di licenziatore, sovraordinato gerarchicamente ai suoi “impiegati” e dotato di un suo management. Ma è veramente auspicabile la fine di ogni dimensione collegiale nella scuola? Se per un’azienda questa dimensione è superflua, estranea; per una cosa di tutti è essenziale, sia pure nelle forme dovute; per un’impresa culturale collettiva, poi, come sono la scuola e l’università, rinunciarvi è impossibile senza mettere in discussione principi fondamentali costituzionalmente tutelati: Articolo 33 – “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.
L’annunciata “revisione della spe-sa” pubblica (un po’ di sciovinismo linguistico non guasterebbe) parla della riduzione del 10% del personale e del 20% dei dirigenti. Non si sa in che modo questo debba riguardare la scuola, ma sembra che i docenti (e il personale amministrativo, tecnico e ausiliario che popola il mondo della scuola) siano solo fonte di spesa inutile, di spreco di soldi che tutti vorrebbero risparmiare e che potrebbero ben essere impiegati – i soldi; e i docenti, anche – in tante belle cose più utili alla società. E quali sarebbero?


La santa alleanza

Eppure, a un certo punto viene fuori la notizia di un accordo tra ministero e Cei per migliorare la qualità dei docenti… di religione cattolica, i quali, un po’ alla volta, a fronte di quell’unica ora di insegnamento a settimana, sembrano destinati a ridiventare il perno della scuola pubblica: forse qualcuno pensa con nostalgia a quando la religione cattolica era definita “fondamento e coronamento dell’istruzione”? qualcuno che non condivide i tagli, o che approfitta dei tagli per ritagliarsi una posizione di privilegio? un’alleanza tra banca e altare? Non sarebbe cosa inedita, e i vantaggi sarebbero reciproci. A tutto svantaggio della res publica, ovviamente.
Ora questi docenti sono gli unici a non poter essere rimossi (in caso di esubero passano su altra cattedra…) e non solo: una sentenza del Consiglio di Stato riconosce ormai non più solo il loro diritto di partecipare alla valutazione collegiale degli studenti, ma quello di dare un credito aggiuntivo specifico a chi frequenta l’ora di Rc, con una discriminazione evidente nei confronti di chi quell’ora non vuole frequentare, e si vedrà costretto, invece, a frequentare un’attività alternativa, per la quale – guarda, guarda – sono previsti dei fondi specifici (v. informativa Mef 7 giu 2012 n.87), come se ci ritrovasse ormai di fronte ad attività opzionali e non già facoltative, come prevede il Concordato del 1984.
Un altro esempio di come revisori della spesa e cattolici clericali finiscano col trovarsi d’accordo, con buona pace di Cavour e dei principi liberali, a volte così duri e radicali nella loro semplicità da non poter essere seguiti sic et simpliciter: scuola privata (cioè cattolica in massima parte) sì, ma senza oneri per lo stato. Scuola privata e presenza cattolica nella scuola pubblica è invece un principio diverso, che risale alla vecchia politica democristiana del doppio binario. Risparmio a senso unico, dunque: sulle supplenze, sulle pulizie, ma non sulla religione.
Mentre su tutto aleggia la questione dell’abolizione del valore legale del titolo di studio (ce ne siamo occupati altrove; cfr. il dibattito aperto su Articolo 33, n.1-2, 2012 e successivi): a vantaggio di chi e con quali conseguenze sulla tenuta del tessuto sociale già così duramente colpito dalla crisi resta ancora da capire.


Ancora annunci

Si pensi ancora all’enfasi posta di volta in volta sull’idea di scuola on line: istanze al ministero, libri di testo, registro, pagelle, esami di stato; come se tutto funzionasse, come se tutte le scuole avessero tutto ciò che occorre: hardware e software, competenze e strumenti. Tutta colpa della stampa, dell’effetto annuncio rilanciato dai media, laddove una proposta, un’idea, un auspicio sembrano avere la forza di un decreto legge? Si glissa sul fatto che certe innovazioni non vanno solo annunciate e sperimentate in qualche scuola fortunata, ma vanno implementate e messe a sistema; in altre parole, bisogna spendere perché questo avvenga… Allora: si spende o si taglia?
Prendiamo il caso degli annunciati premi all’eccellenza. Esiste un programma nazionale di promozione delle eccellenze (normato dal Dm 8 nov. 2011 e dalla Cm 18 gen. 2012 n.6). Ma in quale direzione si muove questa sottolineatura? Le eccellenze ci sono sempre state e ci saranno sempre. E a scuola sono sempre state premiate, in qualche modo. Che senso ha enfatizzare il premio? Sollecitare l’emulazione? E se per caso tutti gli studenti di un istituto fossero eccellenti? Si premierebbero tutti o si procederebbe al sorteggio? Si premierebbe il più povero (del resto, già in Costituzione si parla dei “capaci e meritevoli… privi di mezzi”). Assurdità e provocazioni. Perché non è chi non veda che il problema della scuola, semmai,  non è valorizzare uno studente su mille; e paradossalmente, nemmeno contrastare la dispersione scolastica (giustamente oggetto di altri progetti; v. Cm 15 maggio 2012 n.44, visto il tasso medio del 19%, con punte molto più elevate in alcune regioni); ma elevare le prestazioni scolastiche dei 900 su mille che ottengono risultati mediocri o scadenti: i finti (o anche i veri) 6, per intenderci. è un problema di mission generale della scuola di tutti, insomma, e quindi di investimento complessivo per migliorare tutta la qualità di tutti, non di destinazione di pochi fondi per pochi o addirittura pochissimi. Anche se è ovvio – e sconsolante… – dover riconoscere che pre- miare un eccellente su mille costa molto meno che elevare il rendimento di 999… e fa molta più scena! In altri termini: tra il banchiere e il maestro di strada ci sono i docenti e la scuola di tutti i giorni, ai quali si continua a pensare solo come a una spesa improduttiva, se non come a uno spreco vero e proprio.


Il senso degli esami di stato

E veniamo agli esami di stato. Quest’anno le relazioni dei Presidenti delle commissioni non erano richieste. Forse non sono mai servite: chissà se qualche ispettore si è mai dedicato alla lettura di questi documenti, del resto immediatamente percepiti come inutili da chi avrebbe dovuto stenderli. Ma il segnale è pur sempre significativo. L’unica richiesta esplicita riguardava la segnalazione dei criteri adottati per assegnare la lode. Appunto. In genere – mancano dati precisi – non sono state attribuite lodi perché nessuno dei candidati presentava i requisiti richiesti (praticamente tutti 9 e 10 negli ultimi tre anni di corso).
Ma ancora una volta il problema è complessivo: non è che non si capisca solo tutta questa attenzione per le “lodi”; non si capisce più bene a cosa debbano servire questi esami. Veramente si tratta solo di un rito vuoto di significato e quindi solo di una spesa inutile? Certo, in un quadro di abolizione di ogni valore legale del titolo, basterebbero le commissioni interne per certificare le competenze raggiunte. Ma ammesso che questo sia l’intento “tecnico”, siamo sicuri che si tratti di una scelta politica giusta e condivisa dai proprietari legittimi del sistema?
E finché questa prospettiva non sia sancita, dichiarata in modo esplicito, come comportarsi? Ha ancora senso tener conto della Om che ogni anno ribadisce le procedure da seguire, dando per scontato che le finalità siano chiare?  Prendiamo il caso specifico dell’atto conclusivo dell’esame: il colloquio orale.
Si sarà notata la sottovalutazione del lavoro con il quale l’Om consiglia di avviare la prova orale: la riduzione della cosiddetta tesina (o relazione di studio su un argomento) con cui aprire il colloquio a “mappa concettuale”, o a puro e semplice “indice” di argomenti per materia, artatamente “collegati” fra loro da frecce indicanti nessi talora improbabili o inutilmente forzati, è un’evidente banalizzazione di quanto previsto dall’originaria riforma dell’esame di stato (peraltro confermato esplicitamente da tutte le ordinanze relative). Non è da questo che si può valutare il tasso di pluri o interdisciplinarità della didattica seguita dal consiglio di classe (o forse sì?). 
Sarebbe auspicabile e opportuno un intervento ad hoc da parte del Ministero per specificare l’importanza di questo momento, invitando i docenti dei consigli delle classi d’esame a discutere in modo più approfondito e a concordare già in fase di programmazione gli interventi didattici da mettere in essere per guidare gli alunni dell’ultimo anno nella realizzazione di questo lavoro.
In attesa di questo intervento (o di qualunque altra decisione in merito all’esame stesso), si potrebbe sollecitare almeno una riflessione in seno ai collegi dei docenti.
Andrebbe precisato, ad esempio, che tale lavoro –  in forma scritta o in forma multimediale – non è un’inutile aggiunta a quanto studiato nel corso dell’ultimo anno, ma è un efficace strumento per consentire alla commissione di valutare le competenze acquisite nel corso dell’itinerario formativo seguito dal candidato.
In particolare, andrebbe apprezzato adeguatamente il fatto che la presentazione di un testo scritto “in italiano” non significa che si tratti di un lavoro di “italiano” (ossia di letteratura), ma solo che le competenze nella scrittura e nella confezione di un testo sono fortemente trasversali e sorreggono la capacità generale di argomentare, esporre conoscenze e opinioni su qualunque argomento – purché basate su una documentazione adeguata –, quali che siano le discipline direttamente coinvolte nello studio di quell’argomento. In questo senso, il lavoro del docente di Italiano, oltre ad avere una sua specificità, ha senz’altro un valore di supporto metodologico più generale (sarebbe anzi utile, ove possibile, dedicare alcune ore “aggiuntive” alla cura e alla revisione formale del testo preparato dagli studenti: titolo, indice, organizzazione in capitoli e/o in paragrafi, indicazione delle fonti raccolte e consultate – bibliografia, sitografia –, attenzione all’ aspetto grafico ecc.; magari come attività alternative all’Irc, in modo da avere un piccolo budget cui attingere…). Inutile dire che ciò vale anche nel caso di una presentazione che si avvalesse di supporti multimediali.
è appena il caso di specificare ancora che il lavoro dovrebbe essere consegnato prima dell’insediamento della commissione (l’ideale sarebbe al termine delle lezioni), in modo tale che i commissari possano prenderne effettiva visione prima del colloquio e quindi valutare in modo congruo lo sforzo prodotto dal candidato e, ove necessario, predisporre una traccia per il colloquio stesso, che consenta di approfondire la tematica proposta dal candidato e sviluppare una discussione su di essa, breve ma significativa.
Più in generale, si potrebbe osservare che all’interno dei collegi docenti sarebbe molto utile una discussione più approfondita proprio sul senso da dare all’esame di Stato, in modo da evitare o ridurre atteggiamenti inutilmente polarizzati tra quanti lo ritengono una prova puramente formale, priva di contenuti, in cui il curricolo e il punteggio consolidato sia predittivo del risultato finale, e quanti, al contrario, tendono a darne una interpretazione all’insegna del nozionismo, riducendo il colloquio a una somma di interrogazioni.
Ma, appunto, questo vorrebbe dire stare dentro alla scuola di tutti qui e ora, assieme agli operatori, sentirne la voce e farsi carico di ciò che dicono… e non indicare come un “traguardo raggiunto” la loro precarizzazione, evocando anche per loro solo un gramo destino da esodati.
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