Queste pagine sono dedicate alla scuola che fa bene. Perché, nonostante tutte le critiche e i discorsi malevoli che di continuo le vengono rovesciati addosso, la nostra scuola pubblica fa proprio bene. Sia nel senso che compie correttamente e congruamente il proprio lavoro, secondo i principi della buona scienza dell’educazione, dell’equità e della giustizia, esente da tutti quei grossi episodi di incompetenza, malaffare, corruzione e intrallazzi che caratterizzano sempre di più la vita dei grandi aggregati sociali del nostro tempo; sia nel senso che produce e diffonde bene, affina le menti al lume della scienza e dell’arte, e irradia effetti di civiltà sulla vita di ognuno di noi.
Giorno dopo giorno per oltre nove mesi l’anno, diverse decine di milioni di persone tra studenti, insegnanti, personale amministrativo, genitori, amministratori locali, eccetera, sono mobilitati dalla scuola, indotti a trattare oggetti culturali e a misurarsi - in una fitta rete di scambi e interrelazioni - sul terreno della cultura e della formazione. I più direttamente interessati, alunni e insegnanti, maneggiano, montano e smontano saperi e conoscenze, praticano la lingua nazionale, scambiano idee e concetti inerenti le diverse discipline in cui è organizzato l’universo culturale degli uomini, apprendono e fanno apprendere non solo contenuti e “pensieri fatti” ma anche e soprattutto abitudini di studio e di ricerca, uno stile di vita. Un enorme processo di acculturazione che consente, per un verso, la formazione di un pensiero individuale riflessivo e critico e, per un altro verso, la conservazione, la trasmissione e la crescita del patrimonio di conoscenze, idee e valori che ci rende umani. È questo humus che regge, sostanzia e fa crescere la nostra civiltà.
Ridurre tutto ciò, in modo unilaterale e miope, alla sanzione amministrativa della promozione o bocciatura, o alle rilevazioni del Pisa, è come voler giudicare la bontà dell’opera di Rossini da come Figaro, il barbiere di Siviglia, taglia una basetta o rade il mento di un suo cliente!
Gli esempi di buona scuola che proponiamo, non vogliono essere, pertanto, una semplice rassegna di fatti episodici o, come si dice, un catalogo di “buone pratiche”. Vogliono piuttosto toccare i capisaldi di una paideia “altra” rispetto a quella ordinaria delle circolari ministeriali o delle prolusioni accademiche, di destra o di sinistra, l’una e l’altra confezionate in base a presupposizioni, congetture e mode, ora politiche ora dottrinarie, che non hanno seri riscontri nella realtà quotidiana e spesso non hanno nulla a che fare con la ricerca pedagogica vera e profonda. Diciamo: capisaldi di una paideia “altra”, non “nuova”. Perché si tratta di principi regolatori che stanno dentro la nostra migliore tradizione educativa, vivono intensamente la loro vita, in forme innominate e silenziose. Sono frammenti di canti popolari, ognuno dei quali conosciuto e cantato da tutti, come dovevano essere le gesta degli antichi eroi, prima che venisse Omero a comporle in un poema. Ecco, allora, aspettando Omero, o, meglio, auspicando un nuovo Dewey, questi tre capitoli dell’altra paideia: l’intreccio tra curricolo scolastico tradizionale e la dimensione scientifica che esprime la città (all’IISS “Diaz”), lo scambio formativo tra scuola e quartiere (a San Cleto), l’interazione tra culture diverse (alla “Giovanni XXIII” di Modena). Materiali per conoscere meglio la scuola reale. E pensare.
OLTRE IL CURRICOLO
La scuola del Ministero, delle carte ufficiali e delle indagini istituzionali ha il suo curricolo formale e rigido, ossificato dai libri di testo; ma all’Iiss “Diaz” di Roma si pratica una paideia “altra”. Insegnanti e allievi, partecipando da anni alle Settimane della Cultura Scientifica, sono abituati a smontarlo e rimontarlo, il curricolo, arricchirlo e aggiornarlo, avvalendosi dei contributi scientifici dell’Istituto Superiore di Sanità, del Cnr, dello European Molecular Biology Laboratory, dell’Università di “Castel Sant’Angelo” e soprattutto del Musis diretto dal prof. Luigi Campanella, Università “La Sapienza”. E a farlo interagire con i problemi di tutti i giorni, dalla nutrizione alle biotecnologie. Gli eventi, le mostre, le visite guidate, gli incontri e i vari apporti scientifici che ne derivano, da un lato servono a modificare anche le tecniche e le metodologie di insegnamento, dal- l’altro spingono i giovani a collegare la vicenda scolastica con la cultura che si costruisce e consuma nella Città. Una via per “diventare protagonisti di un processo di partecipazione e sensibilizzazione nei confronti della Scienza”, e per “capirne l’impatto costante e rilevante che essa ha ed avrà sul vivere quotidiano”.
Dal progetto di quest’anno, incentrato sulle tematiche della biologia molecolare e supportato da una serie di seminari per docenti e allievi (inaugurata dalla Lezione Magistrale del prof. Campanella), riassumiamo liberamente alcuni passaggi.
Docenti e allievi intendono mettere in luce come la ricerca nel campo della biologia molecolare rappresenti una rivoluzione tecnologica per le discipline oggetto di studio nel corso per tecnici di laboratorio chimico e biologico, condizionando aspetti non solo tecnici ma anche sociali e culturali (dalle analisi di laboratorio alla bioinformatica, dagli Ogm agli stili alimentari personalizzati, dalla farmacologia alla farmacogenomica e alla nutrigenomica).
La sfida è quella di proporre al mercato del lavoro professionisti che siano esperti nelle tecnologie avanzate e che abbiano presenti i valori di sviluppo solidale e di etica. Con questa nostra iniziativa realizzata grazie all’adesione di illustri ricercatori, professori e pubblici amministratori, i nostri giovani e noi insegnanti abbiamo avuto un messaggio forte che testimonia che per noi il mondo scientifico può fare molto; avremo però il compito di impegnarci seriamente per cogliere e valorizzare al massimo questa opportunità.
Gli studenti hanno iniziato con il prendere coscienza di quanto era in possesso della loro scuola, inventariando le apparecchiature e studiandone le potenzialità d’uso (gli esperimenti possibili). Contemporaneamente, stanno attuando un progetto che li vede già tutor di studenti di scuola media con semplici esperimenti di estrazione di Dna e ricombinazione genetica, e li vedrà in seguito mettersi a disposizione per alcune ore di chi è interessato a questi argomenti. In tal modo, avranno il ruolo di divulgatori di quanto appreso, sperimentato ed elaborato sotto forma di testi multimediali su Cd e sul sito della scuola.
Integrano gli studi in classe con visite guidate ai laboratori di Microbiologia del Policlinico dell’Università “Tor Vergata” e ai laboratori di Microbiologia e Virologia del Policlinico “Gemelli”. Il 3 dicembre 2008 partecipano alla Giornata della Scienza al Liceo “Massimo”.
L’evento conclusivo è previsto alla “Sapienza” in Aprile 2009.
UN PONTE VERSO IL FUTURO
Al Parlamento la maggioranza approva mozioni per isolare in classi ghetto i ragazzi appartenenti a culture diverse. Ma il problema non sta nel fatto che ci sono gli “altri” da una parte e “noi” dall’altra. Il problema è che “noi” e “altri” coincidono, e non ci può essere soluzione nell’isolamento. Quel che occorre è l’intensificazione e l’arricchimento degli scambi, anche in maniera tumultuosa, ma vitale. Lo hanno capito gli insegnanti, che sono abituati a risolverli, i problemi (si danno da fare “come sempre”); lo hanno capito le strutture amministrative territoriali, il volontariato, le organizzazioni internazionali. E tutti cercano di costruire un tessuto comune di opportunità e sviluppo. La paideia “altra” è anche questo interagire di volontà e sforzi molteplici, con una tensione a portare a sintesi spinte e sollecitazioni all’apparenza disparate.
Come nell’esperienza che ci descrive Arturo Ghinelli, insegnante fin dal 1980 della “Giovanni XXIII”, alla Madonnina, quartiere periferico di Modena.
(È il 1989: Jens, appena arrivato dal Ghana, viene assegnato alla seconda di Ghinelli perché non sa l’italiano anche se per età sarebbe dovuto andare in terza).
Quando mostravo a Jens le lettere dell’alfabeto, lui le leggeva in inglese, ma io non sapevo l’inglese e tanto meno il ghanese. È stata dura, ma ha prevalso la volontà di capirsi e ce l’abbiamo fatta imparando l’uno dall’altro.
Nel Collegio Docenti nel giro di pochi anni abbiamo capito che non si poteva più definire emergenza la presenza dei figli degli immigrati nelle nostre classi (sono oggi il 14%) e abbiamo perciò deciso di darci da fare, come sempre del resto, di fronte alle nuove necessità.
Dal ’96 abbiamo istituito un corso estivo, dalla fine d’agosto all’apertura delle scuole, per tutti quegli alunni, indipendentemente dal loro luogo di nascita, le cui famiglie avrebbero avuto problemi a seguirli nei compiti per le vacanze o comunque nella preparazione al nuovo anno scolastico. Dal ’97, alla chiusura delle scuole, si apre un corso di italiano quindicinale, riservato a tutti gli alunni arrivati da poco. Si tratta di una full immersion nell’italiano come seconda lingua perché i ragazzi possano affrontare un’estate di conversazioni e di giochi in italiano, in preparazione del nuovo anno scolastico. Il Comune, anche se la scuola è finita, mette a disposizione il trasporto, in modo che tutti i ragazzi di recente immigrazione del nostro Circolo possano concentrarsi in un unico plesso, dove li aspettano cinque maestre di ruolo, particolarmente preparate nell’insegnamento dell’italiano L2, e altrettante studentesse del Liceo Psicopedagogico “Carlo Sigonio”, che hanno deciso di spendere così i loro crediti formativi. La collaborazione tra le due istituzioni scolastiche prosegue anche durante l’anno con il progetto “Il mio compagno di banco” che vede l’intervento di una studentessa per un pomeriggio alla settimana in ogni classe per seguire l’integrazione scolastica di un ragazzo arrivato da poco e che magari ha avuto occasione di conoscere in uno dei due corsi estivi.
[…] 20 ore di insegnamento aggiuntivo per ogni insegnante di classe per seguire in modo individualizzato l’inserimento scolastico dei neoarrivati, l’intervento di un mediatore culturale, messo a disposizione dall’Amministrazione comunale, per colloqui con le famiglie, che per ragioni linguistiche o culturali avrebbero difficoltà ad avere rapporti soddisfacenti con le insegnanti e la scuola, e infine, dall’anno scorso, un corso di lingua araba, fortemente voluto dalle famiglie degli alunni arabofoni, in prospettiva aperto anche agli italofoni che lo desiderino (con un docente inviato dal Marocco in forza di una convenzione tra i due Stati).
[…]
Genitori e insegnanti fino ad ora si erano sentiti dire che l’importante era che i ragazzi imparassero l’italiano, ma l’esperienza degli insegnanti di lingua straniera ha fatto comprendere quanto sia importante parallelamente conoscere bene la lingua materna. Solo conoscendo la propria lingua d’origine il ragazzo può imparare bene anche una seconda lingua. Il corso di arabo perciò ha una doppia valenza. Da una parte, va incontro alle esigenze dei genitori che non vogliono far perdere ai propri figli i legami con la cultura del paese d’origine in vista di un eventuale rientro. Dall’altra, serve a trasformare quello che erroneamente era considerato un deficit in un prezioso valore aggiunto. È inoltre un aiuto agli insegnanti modenesi a seminare la lingua italiana sul terreno fertile di una vera lingua strutturata e non su quello incerto di un dialetto senza regole scritte. I libri di testo che i nostri ragazzi usano per imparare l’arabo provengono dal Marocco. Ce li ha gentilmente mandati Taibi Hakmaoui, direttore della scuola “Khalid Ben El Walid” della città di Kenitra, in cambio della fornitura di materiale scolastico (biro, gomme, matite, quaderni, zaini...) che ogni anno noi gli inviamo per gli oltre settecento alunni della sua scuola.
Negli ultimi anni abbiamo deciso di puntare proprio sulle professionalità di quelle colleghe che si sono specializzate nell’insegnamento dell’inglese come seconda lingua agli italofoni per affidare loro la conduzione di un laboratorio di L2 riservato ai figli degli immigrati per il consolidamento dell’italiano in modo che possa diventare per loro la lingua dello studio. Gli esperti ci dicono che per questo occorrono dai quattro ai cinque anni. I laboratori di L2 sono due e raccolgono per un pomeriggio alla settimana alunni di recente immigrazione da diverse classi, i quali poi ritornano nelle rispettive classi di appartenenza. Si tratta di laboratori, non di una classe ghetto, possono terminare anche durante lo stesso anno scolastico e soprattutto hanno un fine, si sa dove porta il ponte: verso il successo formativo di tutti.
L’esperienza ci ha insegnato a distinguere tra i cosiddetti alunni stranieri. La maggior parte dei figli di immigrati che frequentano le nostre scuole sono nati in Italia e, se hanno avuto la fortuna di nascere a Modena, molti hanno frequentato l’asilo nido (che accoglie il 39,7% dei bambini fino a 3 anni) e tutti hanno frequentato la scuola dell’infanzia, quindi l’apprendimento della lingua italiana rimane un problema per quella minoranza che arriva ad una certa età in Italia per ricongiungimento familiare.
Da alcuni anni a Modena il 27% dei nati è figlio di almeno un genitore immigrato.
È capitato a una collega di chiedere alla mamma, velata, di Fatima se era d’accordo a farle frequentare il laboratorio di L2, e di sentirsi rispondere: “Ma Fatima è italofona, solo il papà parla arabo”.