C'è una mostra da visitare, le prove in teatro che incombono, il cellulare che non smette di squillare. Ma il tempo è un bene che Moni Ovadia sa amministrare con saggezza. E allora eccolo, il 62enne attore e regista di origini ebraiche nato a Plovdiv, in Bulgaria, mentre sottolinea con attente inflessioni della voce i passaggi-chiave della sua riflessione sul senso ultimo del ricordo e della memoria. Quasi fossero appunti di un testamento spirituale da consegnare alle generazioni future.
Signor Ovadia, anche quest’anno la celebrazione della Giornata della Memoria ripropone il duello tra ricordo e retorica. E la sensazione che la seconda stia avendo la meglio si fa sempre più forte...
Il problema della memoria pone molte urgenze, fra cui questa che è di certo la più immediata. O la memoria diventa strumento reale, bisogno prioritario, patrimonio condiviso delle generazioni future, oppure rischia di trasformarsi in vuota celebrazione, e quindi di perdere forza, peso specifico, importanza.
Come evitare questo pericolo?
La celebrazione della memoria deve essere legata alla cultura della democrazia. Cioè deve essere strumento e conseguenza della costruzione di una democrazia vera. I principi di eguaglianza, solidarietà, diritti delle minoranze: sono queste le tematiche attuali in cui si concretizza il ricordo del dramma della Shoah.
Se questa memoria si trasforma invece in un rito vuoto, attraverso il quale politici spregiudicati si costruiscono artificiosamente una sorta di “verginità anti-razzista”, allora sì che corriamo un rischio ancor più grave...
Quale?
Che tutto si trasformi in un flusso indifferenziato, in cui una cosa valga l’altra, i valori diventino intercambiabili e indistinti. Ricordare per costruire una società democratica e solidale: questo deve essere l’obiettivo, e anche il senso ultimo della memoria. Oggi i segnali mi pare invece che vadano in tutt’altra direzione...
Si spieghi meglio...
Beh, ormai sempre più frequentemente si assiste alla scena che vede come protagonista il politico di turno che, indossato il tradizionale copricapo ebraico, va a far visita al Lager più vicino, o al museo di Yad Vashem a Gerusalemme, e mette in mostra tutta la sua costernazione per l’immane tragedia vissuta dal popolo ebraico. Poi una volta tornato in patria, non esita però a prendere misure vessatorie nei confronti delle minoranze, si tratti di rom, omosessuali o qualsiasi altro tipo, o ad avere un atteggiamento repressivo nei confronti degli extracomunitari. Guai a noi, se questa dovesse diventare l’abitudine.
Un discorso che ci riporta all’estetica della memoria. Un paio di mesi fa, dopo la partita della Nazionale di calcio a Sofia contro la “sua” Bulgaria, e le intemperanze degli ultrà filofascisti italiani, chiese al cittì Lippi di prendere parte a un filmato di condanna di razzismo e nazifascismo da diffondere poi nelle scuole. “Condanno il razzismo, ma non prendo posizione politicamente”, fu la risposta di Lippi, che si tirò indietro e abbandonò il progetto. È rimasto deluso?
Mah, non più di tanto. L’ho trovato un segno dei tempi, di quell’immane ipocrisia che è poi favorita da una lunga serie di strumentalizzazioni incrociate. E, mi creda, in questo senso i pericoli possono arrivare da tutti gli schieramenti.
Cioè?
Ritengo che uno dei maggiori pericoli per la memoria della Shoah, sia, ad esempio, la sua israelizzazione. È quel fenomeno che si manifesta quando un politico, ad esempio del nostro centrodestra - che affonda le sue radici politiche nella pesante eredità fascista - va ad Auschwitz e dice: “Io mi sento israeliano”. Mi chiedo: che senso ha tutto questo? È chiaro che Israele porta una parte decisiva di questa memoria dello sterminio, ma non è un diritto né una parte esclusiva, perché quella è tragedia - e quindi memoria - universale e condivisa. Ma perché non dire invece: “Io mi sento ebreo, mi sento rom, mi sento omosessuale, mi sento come ognuna delle minoranze sterminate qui”? Il suo, è un modo subdolo; un modo di spostare il tiro, di staccare l’evento-Shoah dal suo senso profondo, di rompere il nesso fra la tragedia e le responsabilità proprie del nazifascismo. È chiaro poi che questo è il primo, decisivo passo per poi permettere prese di posizione simili a quelle del cittì Lippi, in cui si condanna qualcosa di generico, vacuo, estemporaneo: ovvero un razzismo che è tutto e niente. È un’operazione veramente perversa: una retorica politicamente orientata ha la meglio sul significato vero della memoria. È una strumentalizzazione della Shoah.
Il paradosso è dietro l’angolo: fra poco toccherà applaudire quel politico che non si recherà più in visita a Yad Vashem...
Certo, è paradossale e ironico, ma è così, visto che queste visite servono solo per ottenere una patente di “credibilità” a livello politico internazionale. “Eccomi qui: sono arrivato, ho deposto la mia corona di fiori, portato il mio saluto, sono amico del governo d’Israele: tutto a posto”, sembrano dire questi uomini politici. Pensi, tempo fa ne ho sentito uno dire: “Nessuno può dare a me del razzista, perché da quando ho 18 anni sono iscritto all’associazione Italia-Israele”! E allora? Che vuol dire? mi chiedo io. Ben venga quel politico che un giorno non andrà a Yad Vashem o Auschwitz dicendo: “Non vado perché non voglio che questi luoghi vengano strumentalizzati per la propaganda politica”. È duro vivere senza le false sicurezze della retorica e della propaganda, ma è l’unico modo per essere liberi, mi creda.
Torniamo ancora a un problema di ordine estetico. Cioè a una memoria che cambia la sua forma per perpetuarsi, ma che vede così cambiare anche i suoi significati profondi.
Pensi ad esempio a cosa accade con la commercializzazione della Shoah, con lo sterminio che diventa genere letterario, filone narrativo, maniera di raccontare. È un altro rischio che stiamo correndo. Ogni volta che la memoria viene isolata dal contesto attuale, ne diminuiamo la portata e il valore. Che senso ha perpetuare il ricordo di ciò che è stato e dare invece per scontata, ad esempio, l’equazione “clandestino uguale criminale, uguale essere subumano?” Attenzione, perché queste sono modalità di pensiero tipicamente nazifasciste.
Oggi ci stiamo confrontando con un forte rigurgito negazionista. Proviamo a guardare avanti: l’arma vincente per sconfiggerlo saranno ancora le testimonianze dei sopravvissuti, o il tentativo di comprendere, analizzare, e smontare pezzo dopo pezzo le logiche che sono state alla base del totalitarismo nazifascista?
Noi non potremo sconfiggere il negazionismo e il revisionismo strumentale con la sola condanna, cosa che pure continueremo a fare. Sarà il tipo di società che costruiremo a condannare questi abomini. Se sapremo costruire una società effettivamente fondata sulla dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, ecco: il rifiuto del negazionismo diverrà un fatto naturale e consapevole. Negare la Shoah diventerà un tabù, così come l’evoluzione della cultura e della società hanno fatto un tabù dell’incesto. Una società pienamente democratica rifiuta immediatamente il negazionismo, perché ne intravvede immediatamente lo scopo finale.
Quale?
Semplice: quello di ricominciare un’altra volta; far sì che ciò che è accaduto possa accadere di nuovo.
Come raccontare tutto questo ai giovani?
Vado spesso nelle scuole, e ho messo a punto un piccolo gioco che faccio con gli studenti. Provo a fargli immaginare la loro stessa vita senza memoria: una vita che diventerebbe immediatamente condizionabile, manipolabile, gestibile da altri, proprio perché è dalle esperienze fatte che ognuno di noi impara comportamenti, modalità d’azione e d’intervento. “Pensate cosa accadrebbe - dico ai ragazzi - se non solo un individuo, ma un’intera società venisse privata della propria memoria”.
Funziona?
I ragazzi capiscono al volo che, a quel punto, la memoria è uno strumento; è un mezzo essenziale per decidere cosa fare, per scegliere in che campo stare, quale futuro costruire. Mi creda: incontro molti giovani intellettualmente vivi, capaci di un grande senso critico. Forse non sanquello che vogliono, ma sanno come interrogarsi per cercare le risposte giuste. E sanno rifiutare l’egemonia della cultura della maggioranza, in nome del valore della diversità. Mi sembra un ottimo punto di partenza.
E crede che la memoria dello sterminio potrà essere perpetuata anche attraverso l’ironia, il riso? In fondo, sono armi potenti: meglio sarebbe non lasciarle a disposizione del nemico...
Credo proprio di sì. L’ironia è uno strumento corrosivo essenziale per evidenziare i risibili paradossi del totalitarismo. Non a caso ho costruito un piccolo culto laico dell’umorismo, soprattutto quello autodelatorio. Come non ridere dell’ottusità e della stupidità del nazifascismo, del suo totale distacco dalla vita reale? Razzismo e totalitarismo si basano su una grande truffa; cioè sulla pretesa superiorità di alcuni uomini su altri, a partire dal colore della pelle, dalla religione, o da cose simili...: non le sembra una cosa che, solo a dirla così, fa sbudellare dalle risate?