Esecutore testamentario del “ricordo” (un “ricordo” inteso nel senso relativo della “tradizione culturale nel suo complesso”, come precisa Aleida Assmann nella Introduzione al suo bel libro Ricordare) è stato in tempi recenti Pierre Nora. Lo storico francese, più di un ventennio fa, ha scritto: “Si parla di memoria solo perché non esiste più”. Il successivo corollario, quello riferito all’attimo del trapasso (che può essere colto, sempre a detta di Nora, solo nel momento conclusivo in cui la memoria è sul punto di “scomparire nel fuoco della storia”), sembra riguardare, ad onta della sua potente connotazione visionaria, piuttosto la dinamica che la qualità del contenuto.
E tuttavia entrambe le espressioni, rese in forma seccamente epigrammatica, finiscono per disegnare una condizione umana che si dipana sotto il segno della precarietà e delle inesorabili leggi del tempo e della storia. Di qui lo scoramento del “distacco”, in ragione del quale la memoria, principio e segnacolo della sua stessa fine, si limita passivamente a registrare un pur drammaticissimo sganciamento del presente dal suo morto passato.
Ma la Assmann, approfondendo la sua disamina attraverso l’analisi delle posizioni di altri storici e intellettuali, ci informa come Reinhart Koselleck, ad esempio, preferisca spiegare la precarietà del ricordo (e la sua metamorfosi) a partire dal semplice avvicendarsi delle generazioni, prima o poi necessitate ad obliare il grande patrimonio di esperienze e di valori lasciato loro in eredità dal passato. Non si sottrarrebbe a questo generalizzato processo di smemoramento neppure la Shoah, destinata anch’essa a scomparire del tutto: “Dal presente storico dei sopravvissuti, che hanno vissuto in prima persona queste esperienze, si arriverà a un passato puro che si è ormai separato dal vissuto. […] Con il dileguarsi del ricordo soggettivo la distanza non sarà solo maggiore, cambierà di qualità. Presto parleranno solo i documenti ufficiali, integrati ed arricchiti da foto, filmati e biografie”.
A una analoga posizione - verrebbe da dire ad excludendum, in quanto l’archivistica viene seccamente contrapposta alla memoria - appare ispirata anche la posizione di Harald Weinrich, il quale, mettendo in relazione, in modo ancor più cogente, memoria e conoscenza, ha osservato: “La conoscenza è fatta di oblio e, per acquisire un chiaro e affidabile corpo di verità, dobbiamo dimenticare e separarci da ciò che conosciamo”.
Dalla memoria alla storia passando per l’oblioEbbene, determinati a non esulare dal tema prescelto (rapporto tra storia e memoria), magari sconfinando in questioni connesse a problematiche (pur essenziali) di ordine epistemologico, ci siamo decisi a concentrare tutta la nostra attenzione su quella sorta di imperativo categorico utilizzato da Weinrich, “dobbiamo dimenticare”, che ci sembra attraversare, come un filo rosso, anche le posizioni in precedenza indicate. Questo filo è costituito dall’idea che esista effettivamente un passato “puro”, il quale possa (anzi debba) essere pregiudizialmente preservato da qualsiasi intrusione soggettiva, pena l’impossibilità, da parte dello storico, di procedere imparzialmente (e dunque correttamente) al suo “mestiere”. Di qui la reiterata richiesta dell’estremo sacrificio imposto al ricordo, nella convinzione che - in fondo - la perdita giustificherebbe, ed anche ampiamente, il guadagno. Insomma, i criteri storiografici che si ispirano a questo indirizzo “puristico”, se da una parte perderebbero - come pur viene riconosciuto - in “colore” e “pregnanza” (Koselleck), dall’altra acquisterebbero in “lucidità” e “verità” (Weinrich).
E tuttavia, dal momento che il processo in questione non esclude affatto, anzi comprende, come si è detto, anche la Shoah, talune domande appaiono a questo punto irrinunciabili. È credibile, ad esempio, un metodo che sia la riproposizione - mutatis mutandis - del celebre principio tacitiano di “fare storia” secondo l’improbabile principio del sine ira et studio? E secondariamente: gli eventi debbono essere considerati tutti tra di loro equipollenti, o non va anche riconosciuto che alcuni di essi sono destinati a sottrarsi alle ferree leggi del tempo e della storia? E infine: in base a quale principio una ricostruzione “obiettiva” dei fatti dovrebbe entrare in conflitto con le istanze della memoria e con le pur giuste esigenze del “distanziamento”?
A tutte queste domande ha risposto la Assmann, limitandosi a richiamare dati assolutamente sorprendenti, in controtendenza con quanto comunemente si crede; il processo di rimemorazione della Shoah sta avvenendo in modo inversamente proporzionale al trascorrere del tempo: “Col passare del tempo, l’Olocausto come fatto in sé non è diventato affatto incolore, né tanto meno risulta sbiadito bensì anzi, paradossalmente, più vitale e vicino a noi”.
La memoria e il passato “puro”Ebbene, con tale affermazione, la studiosa non solo sconfessa la fatalità della reductio ad unum degli eventi, ma confuta anche l’idea della presunta esistenza dello storico “tabula rasa” che accede ad un passato “puro”, fonte - potenzialmente - di indicibili ineffabili “verità”. L’affermazione della Assmann è poi tanto più significativa, in quanto, nel caso della Shoah, assevera come quel complesso grumo di memoria (e anzi di memorie) lasciatoci in eredità dagli ultimi sopravvissuti ai Lager di sterminio nazisti, non solo non è andato disperso, ma sembra essersi consolidato, pur essendo ormai divenuto appannaggio dei “testimoni” di “seconda” o anche “terza generazione”. Ma questa è la prima faccia della medaglia.
L’altra riguarda il dovere di tutelare tale patrimonio dall’interessato (ed anche distorto) “uso pubblico” che se ne potrebbe fare. Non a caso, circa un ventennio fa, Jacques Le Goff ci ammoniva: “Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia, sono rivelatori di questi meccanismi della memoria collettiva”.
Del resto, testimonianza esemplare in tal senso è ancora oggi la cosiddetta Historikerstreit (disputa fra gli storici), esplosa negli anni Ottanta del secolo scorso. Nel corso di essa le argomentazioni dei “revisionisti” sono risultate a tal punto strumentali - forse perché di esse si sono impadroniti giornali e televisioni, amplificandole a dismisura - da giustificare ampiamente l’invito, ancora di recente avanzato, che da una parte “la discussione storica torni a svolgersi nelle sue sedi ‘naturali’ (o quanto meno ritorni ad essere un confronto fra ‘competenti di materia’”), dall’altra che essa sia in grado di promuovere “una diversa coscienza storica diffusa”, tale da tener conto delle opportunità offerte dai moderni mass media.
Per intanto però, in attesa che augurabilmente l’equilibrio sia ristabilito (o almeno ricondotto nell’ambito della normale deontologia) e che nuove opportunità vengano acquisite, occorre fare tesoro di quanto è fino ad ora avvenuto non solo a proposito della Shoah, ma anche, si potrebbe aggiungere della Resistenza. Per fare questo, però, occorre ripartire da quello che ci sembra essere il punto di maggior forza dei “revisionisti” e dei loro epigoni: il criterio di scientificità che trova nel “distanziamento” (interpretato come categoria sine qua non, nonché come garanzia per una imparziale ricostruzione della storia) il suo ideale inveramento. Ma, ci chiediamo, è davvero così?
Memoria versus conoscenza o conoscenza e memoria insieme Se trascuriamo gli aspetti più vistosamente propagandistici connessi alla polemica e ci rifacciamo invece a questioni di metodo storico, il presupposto da cui muovono i “revisionisti” non può che apparire in tutta la sua evidenza. Essi, accettando scaltramente di misurarsi sullo stesso terreno dei loro detrattori (razionalisti, laici e di “sinistra”), ne hanno saputo in realtà sfruttare le contraddizioni. Condividendo con questi una visione “oggettiva” (e dunque “imparziale”) dei fatti storici, hanno finito prima per inibirli, poi per condizionarli nel rifiuto di una posizione “soggettiva”, quale ad esempio quella di farsi carico del “dovere della memoria”. Del resto, che un atteggiamento scientista in senso lato sia ancor oggi egemone, per di più sostenuto dal senso comune, viene rilevato dalla stessa Assmann, la quale, a tale proposito, ha osservato: “negli autori moderni è attestata una costante svalutazione della memoria in nome della ragione, della natura, della vita, dell’originalità, dell’individualità, del progresso e di tutti gli altri numi tutelari della modernità”.
E tuttavia la “svalutazione” della memoria - come giustamente riconosce Weinrich - ha radici ben più profonde di quelle connesse alla “modernità” (o, meglio, alla post-modernità). Esse risalgono al secolo dei “lumi”, epoca alla quale è da ascrivere quella “guerra generalizzata contro la memoria”, al termine della quale sarebbe “uscita vincitrice la ragione illuminista”. Di qui l’addentellato con l’oggi, esposto dallo storico tedesco in forma di un ineffabile calembour: “Da allora, e senza dovercene vergognare, ammettiamo di avere una memoria fallace; l’altra ammissione, quella di avere un intelletto limitato, si sente invece meno spesso”.
E invece, a proposito della Shoah, il nocciolo del problema sta tutto qui: esso è da ricercare, più che nella “memoria fallace”, nell’“intelletto limitato”. Proprio da qui occorre infatti partire se si vuole davvero che la Shoah non sia destinata ineluttabilmente a “passare”, magari declassata ad una delle tante manifestazione violente (sia pur eccezionalmente anomala) della storia, comunque pur sempre paragonabile - come pure surrettiziamente è stato fatto - ad altri fenomeni di analoga ferocia (primo fra tutti lo stalinismo). Per impedire che ciò avvenga, occorre tenere conto di due ordini di urgenze.
La prima. La necessità di ristabilire il necessario equilibrio tra le ragioni dell’“oggettività” (“distanziamento”) e quelle della “soggettività” (“memoria”), nello spirito di un nuovo illuminismo ancora, almeno ci sembra, tutto da inventare.
La seconda riguarda il dovere, da parte di chi ricerca, dell’indifferibilità dell’“impegno” soggettivo, quello stesso che Benedetto Croce, in polemica con gli epigoni del positivismo storicistico, così aveva indicato nel primo ventennio del secolo scorso: “Se la storia contemporanea balza direttamente dalla vita, anche direttamente dalla vita sorge quella che si suol chiamare non contemporanea, perché è evidente che solo un interesse della vita presente ci può muovere a indagare un fatto passato; il quale dunque in quanto si unifica con un interesse della vita presente non risponde a un interesse passato, ma presente”.
La sottolineatura in virtù della quale “un interesse della vita presente ci può muovere ad indagare un fatto passato”, se è da ritenere valida in generale, risulta addirittura perfettamente calzante se riferita alla Shoah, o anche ad altre pagine della nostra storia recente. Non a caso Leonardo Paggi, a poco meno di un secolo dal filosofo abruzzese, ha a sua volta osservato: “La conoscenza storica, in altri termini, è sempre agita da un ‘bisogno pratico’, ossia da un significato etico che agisce nel presente”.
Di conseguenza, solo se saremo capaci di intendere la contemporaneità come fusione di fatti e valori, saremo anche in grado di risolvere nel modo giusto, e soprattutto senza ambiguità, anche quel
Vergangenheitbevältigung (superamento del passato), che tanto ha tenuto in ambasce, negli ultimi anni, storici ed opinionisti (tedeschi e non). Lo chiarisce bene il Paggi il quale, sulla questione decisiva del “punto di vista” da assumere nel considerare gli eventi della storia, ha scritto: “In realtà la riscoperta del ‘protagonismo’ delle vittime, il quale è possibile solo attraverso la instaurazione di un rapporto di interscambio tra la comunità scientifica e la comunità colpita dalla violenza, consente di recuperare una nozione di storia come esperienza profondamente antagonistica alla logica archiviale e rozzamente storicistica di cui si è fatto paladino il revisionismo tedesco. Misurarsi con la esperienza della violenza che hanno fatto gli individui, le famiglie, le comunità significa passare dalla storia dei fatti alla storia dei significati, o più precisamente alla storia di un insieme di fatti che in tanto si configura come dotato di senso in quanto si intreccia indissolubilmente con valori. Nella prospettiva delle vittime il significato della violenza può essere letto solo nella assoluta inscindibilità di fatti e valori, di storia ed etica”.
“A pensar come al mondo tutto passa...”Ma l’aporia che contrappone soggetto e oggetto, passato e presente, oblio e memoria non è solo una spina nel fianco della ricerca odierna. Lo è stata anche della ricerca svoltasi nel passato. Riflettere senza pregiudizio, e soprattutto senza il supporto di una qualche “filosofia della storia”, sulle conseguenze connesse al “tempo che passa”, comporta, non a caso, un esito quasi immutato nelle varie epoche: quello di riconoscere che ogni evento - collocato nella griglia non dell’“eterno”, ma più semplicemente della “lunga durata” - si presta a reazioni ambivalenti. Ad una indefettibile esigenza di conservazione, corrisponde una altrettanto radicata consapevolezza della necessità del panta rei eracliteo.
E, tuttavia, ciò che vale per la razionalità sembra non valere per il sentimento. La tendenza a conservare il più a lungo possibile il ricordo è un dato permanente della nostra civiltà. A dimostrarlo ci sono le parole, ancor oggi attuali, dell’anonimo autore del
Qoelet, il quale, circa 2.300 anni fa, così rappresentava l’inconsistenza della condizione umana di fronte al transeunte: “Tutte le cose sono in travaglio […] / Non resta più ricordo degli antichi, / ma neppure di quelli che saranno / si conserverà memoria / presso coloro che verranno in seguito”.
Ma quella di Qoelet non è certo l’unica voce che proviene dal mondo antico: alcuni secoli dopo, sul tema del trascorrere inesorabile del tempo, si sarebbe ripetuto Virgilio (“Omnia fert aetas, animun quoque” - Anche la memoria col tempo dilegua) e ancora, molti secoli dopo di lui, Dante, i cui versi immortali ancor oggi risuonano in tutta la loro visionaria potenza:
“Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
come sono ite, e come se ne vanno
di retro ad esse Chiusi e Senigaglia,
udir come le schiatte si disfanno
non ti parrà nova cosa né forte,
poscia che le cittadi termine hanno.
Le vostre cose tutte hanno lor morte,
sì come voi; ma celasi in alcuna
che dura molto; e le vite son corte”.
Come si vede, la percezione del tempo che passa ha sempre ingenerato negli uomini sofferenza e rassegnazione piuttosto che indifferenza e accettazione. Essa, proprio perché si colloca a mezza strada tra ragione e sentimento, ha sempre prodotto, nel corso della storia, reazioni di rigetto, preferendo non di rado sconfinare nel regno dell’utopia. Ce ne dà prova, ad esempio, l’ateo e razionalista Ugo Foscolo il quale, nel suo celebre carme civile de I sepolcri - allorché si chiedeva retoricamente se per caso l’uomo, seppure conscio del fatto di trovarsi a vivere in un mondo dominato dalla contingenza e dal relativo, non dovesse in qualche modo trascendere la misura dell’effimero, per tentare di elevarsi, seppure illusoriamente, verso una dimensione “altra”, seppure incognita ed indeterminata -, così si esprimeva: “Ma perché pria del tempo a sé il mortale / invidierà l’illusïon che spento / pur lo sofferma al limitar di Dite?”
Ma, “illusioni” poetiche a parte, a proposito dell’accertamento della “verità” c’è chi recentemente si è chiesto: “Che cosa cerca di fare lo storico? Primo, al livello più rudimentale, scoprire ciò che è accaduto; poi, a un livello più sofisticato, scoprire come è accaduto. E infine, per gli intellettualmente ambiziosi, perché è accaduto: questo è sicuramente l’aspetto più interessante della storia”. Ebbene, ci chiediamo: a proposito della Shoah, a quale altro livello ci si potrebbe richiamare, se non al terzo, che a rigore - più che sotto il segno dell’ambizione - dovrebbe essere rubricato sotto quello, ben più congruo, della necessità?
Ce lo spiega bene Marcello Flores, il quale ha scritto: “La Shoah è diventata nel tempo l’idealtipo del genocidio, più ancora che un paradigma o un archetipo. Che si accetti o si rifiuti le tesi della sua ‘unicità’, che si accetti o rifiuti l’interpretazione che ne fa il più terribile o completo o coerente dei genocidi, è certo che il richiamo alla Shoah è immediato - come associazione mentale spontanea anche se non come strumento di comparazione - ogni volta che si parla anche di altri genocidi. […] È la Shoah, come evento storico unico e storicamente definito, a costruire l’idealtipo del genocidio, dapprima sul versante giuridico e poi, in maniera intrecciata, della storiografia e soprattutto del senso comune”.
Tale fu la cesura prodotta dalla Shoah all’interno della storia della civilissima Europa del XX secolo. Tale è la complessità che essa ancor oggi rappresenta nella storia del mondo.
Proprio per questo non ci è concesso di dimenticare.
(qui sono state omesse le note)