Articolo 33 n. 1/2009

Edizione del 31/01/2009

Movimenti e figure dell`arte contemporanea

Land Art
L`allargamento dello spazio al nonluogo

Marco Fioramanti

Intorno al 1968 un gruppo di artisti americani ed europei elabora alcuni progetti legati al paesaggio che diventa materiale d’arte e lo spazio acquista un concetto nuovo.
Robert Smithson inventa il Nonsito (Nonsite/Nonsight)

Con il fenomeno della Land Art il concetto estetico del paesaggio cambia completamente la sua definizione. Per avere una chiara visione di questo fenomeno dovremmo fare un salto indietro nel tempo, a quando, negli anni Cinquanta, il territorio americano cominciò ad essere segnato orizzontalmente da una fitta rete autostradale che  tagliava intere fette di territorio modificandone il paesaggio. Enormi strade - come la famosa R66 - senza punti di riferimento (tranne motel o pompe di benzina) alteravano persino il senso della velocità, dando quasi l’impressione di essere fermi, come ci capita quando siamo in aereo. Interi paesaggi tutti uguali a se stessi che convergevano alla fine nel concetto di un nonspazio, di un nonluogo.
Successivamente, allo stesso modo, ragionando su scala verticale, l’esplorazione della stratosfera da parte di satelliti portò a una improvvisa limitazione e conseguente controllo dello spazio infinito. Gli astronauti apparivano a noi sulla terra come esseri galleggianti, sospesi nello spazio senza alcuna capacità di azione.


Smithson, Luogo/Nonluogo

Questo artista decide di opporsi al concetto tradizionale di opera d’arte, andando nella direzione opposta, dunque negando la visione stessa dell’oggetto. Se fino ad allora lo scultore agiva nello spazio, proprio quello stesso spazio doveva essere escluso: ecco che nasce la denominazione di nonspazio. è nel 1968 che nasce l’antinomia Sito/Nonsito, che in inglese gioca sulla pronuncia identica tra Site/Nonsite e Sight/Nonsight (vista/non vista). Smithson affrontava già da anni questa poetica. Nel dicembre del 1967 pubblicò sulla rivista "Artforum" un’opera narrativa: I Monumenti di Passaic, nel New Jersey, dove aveva passato l’adolescenza. Rivisitare quei luoghi, a piedi, osservando quella nuova lunghissima striscia d’asfalto che si perdeva all’orizzonte, lo portò a rimettere in discussione il suo concetto di percezione. Attratto dai siti postindustriali, riconobbe nelle cave abbandonate e nelle miniere scavate sotto terra quelli che lui chiamava nonspazi, che poi allargò ai supermercati, agli aeroporti, ai teatri, fino alle stesse gallerie d’arte. Tutti nonsiti questi, vuoti contenitori di gente e oggetti di passaggio. Col tempo l’artista comincia ad agire e a dedicarsi all’Arte della Terra. Alla Dwan Gallery di New York organizza la mostra Earthworks accanto a giovani artisti praticamente sconosciuti, tra cui l’americano Oldenburg, l’inglese Richard Long, l’olandese Jan Dibbets, i tedeschi Huecker e Haake.

Un nonsito, Franklin (NJ)

Smithson ebbe l’idea di utilizzare la forma trapezoidale come nel caso  Franklin, New Jersey giocando sull’inganno prospettico che la forma stessa crea. Non siamo distanti dall’indea borrominiana della falsa prospettiva di Palazzo Spada a Roma. La provocazione di Smithson sta nel creare dei recipienti trapezoidali che, visti da un particolare punto di osservazione, porterebbero a dare una curvatura alla galleria stessa dando l’illusione di un possibile allontanamento degli oggetti. Smithson si reca nella cava nello stesso modo in cui uno scultore sceglie il proprio blocco di marmo, con la sola differenza che lui si limitava a raccogliere pietre accumulandole in appositi contenitori, quasi si trattasse di pietre lunari. Nel caso specifico del Nonsito Franklin, New Jersey, si tratta di cinque suddivisioni basate  sui depositi minerari presso le Franklin Furnace Mines, come mostrate sulla mappa aerea. Il nonsito è poi esposto a fianco alla mappa, secondo un rapporto di scala 1:3. Quest’operazione è totalmente concettuale, anche se in galleria sono esposti degli oggetti fisici. Servono a documentare un luogo e il percorso dell’artista a quel luogo specifico. Quindi è una sorta di metalinguaggio, secondo cui l’opera di per sé non è ciò che il fruitore vede, ma è ciò a cui quegli oggetti rimandano: il sito geografico originale. Luogo che gli osservatori sono ovviamente invitati a visitare, nonostante l’impossibilità di impossessarsi pienamente dell’opera d’arte in quanto la porzione di Nonsito è stata già trasferita in un contesto d’arte.
Scrive Smithson nei suoi appunti: Il luogo riverberava fino all’orizzonte quando lo vidi. Sembrava un ciclone immobile e la luce guizzante dava la sensazione che il paesaggio tremasse... Era un’entità ruotante che circondava se stessa in un’immensa rotondità. Da quello spazio roteante emerse la possibilità di creare “Spiral Jetty”. Finanziata dalla Dwan Gallery di New York e dalla Ace Gallery di Los Angeles, quest’opera monumentale, nella mente dell’autore,  era una sorta di operazione mitica, in quanto praticamente inaccessibile al pubblico, lontanissima da qualunque percorso artistico abituale. Smithson decise di girare un film, una sorta di mixing tra fastascienza e giallo poliziesco, con chiare citazioni hitchcockiane. La locandina del film è una rappresentazione grafica della scultura di terra, molto vicina ad uno storyboard. Anche se poi nel film l’autore utilizza differenti riprese studiate in modo tale che l’osservatore si perda all’interno dell’immagine, trascinandolo in una sorta di incubo metafisico. Un fotografo, protagonista del film, cerca in tutti i modi di far apparire il sole al centro della spirale, come una sorta di mito cosmogonico spazio-temporale.
Recita brani da Time Stream di Eric Temple Bell sulle nebulose a spirale, recita frasi ipnotiche di un seguace di Charles Manson e definizioni da un manuale sull’insolazione. Annota ancora Smithson a proposito di quest’opera: “Da un punto di vista chimico, la composizione del nostro sangue è analoga a quella dei mari primordiali. Seguendo i gradini della spirale torniamo alle nostre origini, a una sorta di gelatinoso protoplasma, un occhio galleggiante in un oceano antidiluviano... i miei occhi diventano camere di combustione, globi di sangue in subbuglio che ardono alla luce del sole”.

 

NOTA BIOGRAFICA


Robert Smithson nasce a Passaic (New Jersey) il 2 gennaio 1938. Verso i quindici anni si avvicina al mondo dell’arte. Nel 1953 vince una borsa di studio alla Lega degli Studenti d’Arte di New York e nel 1956 frequenta la scuola del Museo di Brooklyn.  Viaggia in autostop per tutti gli States e dal 1957 si fissa a Manhattan. Verso la fine degli anni ’60 dipinge quadri legati all’espressionismo astratto e si lega ai poeti beat. Decide poi di interessarsi alla scultura. Si lega ai minimalisti Dan Flavin, Donald Judd e Sol LeWitt. Visita siti post-industriali nel New Jersey (Non-siti, 1968) e viene assunto come consulente nell’ufficio degli architetti Tippetts, Abbett, McCarthy e Sratton per proporre Earthworks lungo le strisce di atterraggio dell’aeroporto regionale di Dallas-Fort Worth, all’epoca concepito come il più grande aeroporto del mondo. Il suo lavoro più noto tra gli Earth- works è Spiral Jetty (Molo a spirale), nel Grand Salt Lake, Utah. Nel 1971 inizia l’arte di recupero della terra (Broken Circe/Spiral Hill) a Emmwn in Olanda, una cava in seguito trasformata in parco. Nel 1963 sposa l’artista Nancy Holt, nel 1966 fa parte della galleria di Virginia Dwan e dal 1972 di quella di John Weber. Il 20 luglio 1973, a 35 anni, muore in un incidente aereo in prossimità della sua Amarillo Ramp, nel Texas. È stato uno dei frequentatori più assidui del Max’s Kansas City, storico bar-ristorante newyorkese. Smithson è stato anche critico e autore d’avanguardia. I suoi scritti sono raccolti nel volume The Writings of Robert Smithson (a cura di Nancy Holt presso la New York University Press) e l’arco intero della sua scultura è documentato nel volume di Robert Hobbs, Robert Smithson: Sculpture (presso la Cornell University Press).

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