Capitolo I
Le immagini più antiche
Tanto per cominciare, è ovvio dire che, dato il taglio di questo studio, dovremo per forza di cose tralasciare ogni riferimento a opere antiche. Tuttavia, è doveroso ricordare in apertura la lunga tradizione di scarso apprezzamento, se non dileggio vero e proprio, che ha sempre accompagnato il lavoro dell’insegnante, a partire da quelli di grado inferiore, nel corso dei secoli. Semmai, si può notare che con la massificazione della scuola, questa bassa considerazione si è estesa a ordini di scuola superiore, un tempo non interessati così massicciamente dal fenomeno. Pochi esempi, del resto, basteranno.
Orazio, Marziale, Petrarca
Le epoche più remote sono piene di malevole considerazioni nei confronti di chi si dedicava all’insegnamento, e talora di esplicite esaltazioni di chi agli insegnanti dedicava attenzioni più concrete, fino all’aggressione fisica. Basterà qui ricordare il modo sprezzante con cui Orazio (I sec. a.C.) tratta il vecchio maestro di scuola, il «Plagosus Orbilius», che gli aveva insegnato lettura scrittura e poesia «a suon di nerbo»; o le invettive di Marziale (I sec. d.C.) contro un altro maestro, che gli rovina il riposino con le sue grida per tenere a bada ragazzini chiassosi e irrispettosi, ai quali del resto non faceva mancare neanche lui botte e frustate8; o il disprezzo con cui Petrarca (1304-1374) parla del lavoro di maestro («insegnino ai fanciulli quelli che non possono far di meglio, che hanno una mente alquanto tarda… un ingegno senz’ali…, a cui piace comandare ai minori, aver sempre chi terrorizzare, da chi essere odiati pur di esser temuti…»); o l’evocazione, nell’Orlando Innamorato di Boiardo (1441-1494), di quello sfortunato maestro cui il giovane guerriero Agricane sfasciò la testa: «Io de nulla scienza sono esperto, / né mai sendo fanciul volsi imparare, / e roppi il capo al mastro mio per merto; / poi non si puotè un altro ritrovare / che mi mostrasse libro né scrittura, / tanto ciascun avea di me paura». Per la verità è un peccato, perché ci sarebbe anche di che ridere nel ripercorrere la storia dei rapporti burrascosi tra alunni e insegnanti. E avremmo tante, istruttive conferme della bassa stima per i maestri, per la scuola e per la cultura in genere, sia da parte dei ceti dominanti, sia da parte dei ceti subalterni.
G. Gioachino Belli
A questo proposito, e senza estendere più di tanto il discorso, si può citare il poeta romanesco G.G.Belli (1791-1863), che nella sua monumentale opera poetica dedicata alla plebe romana, tanto spazio – e succoso – dedicò proprio alla scuola (e non solo a quella che oggi chiameremmo «di base»), lasciandoci immagini di maestri e alunni, riferimenti alla quotidianità delle scuole, cenni ai metodi d’insegnamento, giudizi astratti e concretissime figure, da cui emergono i colori e il sapore di quel tormentato rapporto, oltre che notizie utili agli storici dell’educazione, che vanno a consolidare e tramandare luoghi comuni spesso molto ben fondati. A cominciare dal posto importante che la scuola occupa nella vita «dell’Omo», così incastonata tra nascita e morte da sembrare un evento naturale inevitabile, col suo corollario di sofferenze e torture prive di senso, ma alle quali è impossibile sottrarsi:
Nove mesi a la puzza: poi in fassciola/ tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni/…Poi comincia er tormento de la scola,/ l’abbeccè, le frustate, li geloni…/ Poi viè l’arte, er digiuno, la fatica/ la pigione, la carcere, er governo,/ lo spedale, li debbiti…/ ...E pper urtimo, Iddio sce benedica,/ viè la Morte, e finisce co l’inferno.
Eppure, per la popolana evocata in un altro sonetto, la scuola «è santa», anche se per motivi secondari rispetto a quella che dovrebbe esserne la finalità principale: che liberazione per la donna di casa, infatti, quando i ragazzini finalmente vanno da «don Pio». E «ppoco male» se «ammanca una facciata sana» dai compiti assegnati: «la farete a scola». «Via, sbrigamose, alò, cch’er tempo vola;/ mommò diluvia e la scola è llontana. /Nun è vacanza, no: sta settimana/ don Pio nun dà cc’una vacanza sola». E per fortuna!
Scola santa! E cchi è cche tt’ha inventato?/ quadrini benedetti ch’io ve chiamo!/ che riposo de ddio! Che ggran rifiato!.
Ma quanto alle cose che si imparano a scuola, è tutta un’altra faccenda. E il pensiero del cuoco, che qui rappresenta tutti quelli che conoscono il duro apprendistato del lavoro, è molto preciso al riguardo:
Voi, fijjo caro, ne sapete poco./ Che mme parlate de lingua latina,/ mattamatica, lègge, mediscina!/ so’ ttutte ssciaparìe, studi pe ggioco./ Cqui è ddove l’omo se conossce: ar foco….
E si potrebbe continuare con «Li studi der padroncino», «La lezzione der padroncino», «Er maestro de li signorini» ecc.
Nella visione plebea che Belli mette in scena – e che non condivide –, la diffidenza, l’irrisione, il rifiuto, l’incomprensione profonda, l’estraneità e, allo stesso tempo, il timore reverenziale per i colti e la cultura, riguardano insieme l’istruzione e il catechismo, la scuola e la religione: e non a caso nella Roma papalina dei primi decenni dell’800 il prete e il maestro sono la stessa cosa e spesso la stessa persona, come «sti vorponi gesuiti/ che sfotteno e ss’inzogneno la notte/ come potecce fa tutti aruditi», o come il ricordato don Pio, o come «Er Padre Patta, indove ce va a scola/ er fio de quer che ffa la regolizia».
E così via citando.
Parini, i Manzoni
Tutt’altra cosa nella considerazione della gente, ma anche nelle caratteristiche della pedagogia e del pedagogo, rispetto a un personaggio straordinario come il Parini (1729-1799), maestro del giovane Carlo Imbonati: altri tempi e altra temperie, quella in cui al poeta non faceva ombra, entro certi limiti, l’essere insegnante privato di un nobile, anzi giovava, almeno dal punto di vista economico e, forse, dell’ispirazione:
O mio tenero verso,/ di chi parlando vai, / che studi essere più terso/ e polito che mai?/ Parli del giovinetto, /mia cura e mio diletto?.
Già. Lui, il maestro, si poteva ben paragonare – sia pure per contrasto – al mitico Centauro, il tèssalo maestro,/ che di Tetide il figlio/ guidò sul cammin destro, perché l’Imbonati ben poteva essere paragonato, per censo, se non altro, al Pelide Achille.
E a proposito del nobile e bell’Imbonati, con riconoscenza cantato «in morte» dal Manzoni – che, come si ricorderà gli era indirettamente legato per via del lungo sodalizio con la madre, Giulia Beccaria – se si volesse avere una qualche idea del significato della presenza discreta e costante di questi educatori o «aii» e istitutori privati nelle famiglie nobili tra fine ’700 e primi ’800, accanto ai collegi dei vari gesuiti, barnabiti, somaschi, basterebbe leggere quello splendido libro che è La famiglia Manzoni, di N.Ginzburg. Dove, quasi a ogni pagina, tratti dalle lettere dei vari membri della famiglia, si trovano riferimenti all’educazione dei bambini, vista come problema minore ma concretissimo, come fastidio quotidiano da delegare ad altri, indipendentemente dai legami di affetto che potessero intercorrere e dalla qualità intellettuale delle persone. Un esempio, da una lettera di Enrichetta Blondel, moglie dello scrittore, cui questi grattacapi toccavano mentre «lui» componeva le grandi opere che conosciamo:
Vedo ogni giorno sempre di più che le mie forze, la mia testa, anche il mio sapere, e il trambusto continuo in cui mi trovo non mi consentono assolutamente di stabilire un piano educativo.
Ed essendo i bambini dei Manzoni spesso malati, fu scartata l’idea di metterli in collegio e si decise, appunto, di prendere un’istitutrice. La Ginzburg, fondendo notizie ricavate da altre lettere, così ne parla:
Si trattava d’una certa signorina de Rancé, figlia adottiva d’una vecchia amica di Giulia; era sempre vestita di nero, di maniere dolci e risolute, religiosissima… Enrichetta presto s’accorse ch’era un’esaltata… aveva idee monarchiche e reazionarie; tali idee le trasmetteva e comunicava ai bambini e questo a Enrichetta non piaceva affatto…
Decisero perciò di licenziarla, e di nuovo Enrichetta scrive:
Mi sembra che con i bambini ci voglia sangue freddo e temperamento equilibrato… il mio cuore è sconvolto se penso che dovrò trovarmi ancora nelle consuete difficoltà riguardo all’educazione dei miei figli… la mia testa debole e la mia vista offuscata mi tolgono ogni speranza di poter assolvere io stessa a questo compito.
L’anno dopo, mentre Alessandro si dedicava all’Adelchi e alla stesura ormai in fase avanzata del suo romanzo, essendo Enrichetta di nuovo incinta, «capitò a Brusuglio un giovane scozzese… e fu assunto come istitutore». Intanto Giulietta, la figlia più grande, ormai quattordicenne, «giudiziosa e materna con i fratelli, morigerata, disciplinata, senza grandi svaghi, senza molte compagne dell’età sua… a scuola non andava e la istruiva in casa una governante… la signorina Berdet». E così via, assumendo e scartando maestri e maestre, i cui nomi scompaiono, annichiliti dalla luce del grande scrittore, affettuoso sì ma sempre tanto distratto.
Torna alla lista dei libri in sala di lettura