La sala di lettura di Valore Scuola

David Baldini Utopie, realtà, figure del XX secolo Considerazioni intorno a un secolo che non passapp. 216 - euro 15

Indice

  • Introduzione - Frammenti di un secolo
  • Parte prima / Utopia - La giustizia
  • L`affaire Dreyfus e l`antisemitismo in Europa
  • Fraternité, l`anello debole della triade
  • Il processo di Norimberga, il principio di legalità e il diritto internazionale
  • Parte prima / Utopia - Il "progresso"
  • La lunga linea grigia del "progresso"
  • Quando eravamo noi a emigrare
  • Carlo Levi intellettuale militante
  • Parte prima / Utopia - Gli "ismi"
  • Razzismo, un neologismo degli anni Trenta
  • Novecento senza novecentismi
  • Il nazismo, Speer e la concezione del lavoro
  • Parte seconda / Realtà - La guerra
  • Un inaspettato ritorno: il mito della guerra "bella"
  • Renato Serra, un intellettuale fuori dal coro
  • Mario Rigoni Stern e le testimonianze dal fronte
  • Parte seconda / Realtà - La memoria
  • La "vergogna dimenticata" delle leggi razziali fasciste
  • La Shoah paradigma del male assoluto
  • Primo levi scrittore e testimone
  • Parte seconda / Realtà - L`engagement
  • La pedagogia del dolore di Jean Améry
  • Elio Vittorini e i difficili rapporti tra politica e cultura
  • La Repubblica val bene una festa
  • Parte terza / Figure - La Resistenza
  • La lotta di liberazione nazionale e l`Europa
  • La Resistenza e le sue radici storiche
  • La Resistenza una e trina di Beppe Fenoglio
  • Parte terza / Figure - La speranza
  • La lezione claviniana de Il visconte dimezzato e il dilemma degli intellettuali
  • Omaggio a Sandro Onofri, uomo di scuola
  • Don Lorenzo Milani nostro contemporaneo
  • Parte terza / Figure - La commemorazione
  • Gli "straccetti rossi" di Pasolini e le "ceneri" di Gramsci
  • Nuto Revelli, la voce dei "vinti"
  • Mario Luzi e il "sospiro profondo" dell`immensità


Introduzione

Frammenti di un secolo

Questo libro affronta il Novecento per frammenti. Al centro stanno le storie, i sentimenti e il confronto tra i modi e le tecniche di ricostruzione del
passato prossimo. È un buon esercizio e rappresenta una scelta sensata.
A mano a mano che il Novecento volgeva al termine la necessità del bilancio di un secolo – più spesso innominabile o comunque non sintetizzabile in un solo nome simbolico – ha finito per costituire essa stessa
un atto retorico.
Privo di un nome che lo connotasse a differenza del Settecento e ancor più dell’Ottocento, al Novecento alla fine sembrano essere rimaste attaccate solo le scene simboliche dei luoghi dell’oppressione che evocano morte di massa.
Ma questo, più che l’effetto della difficoltà di saper immaginare all’alba del nuovo secolo uno scenario redentivo non ingannevole dopo la rotta clamorosa di tutti i messianesimi politici –, è la conseguenza di una distanza: quella costituita dalle attese che il Novecento sembrava ingenerare in coloro che vi si immettevano e le delusioni e gli strazi di coloro che vi sono vissuti. E, tuttavia, anche per questo, è indispensabile
non abbandonare la ricchezza di contenuti che il Novecento ha espresso in una sola immagine, ma cercare di indagarlo, senza lasciarsi prendere dalla frenesia di leggervi un solo percorso unitario.
Il Novecento è un secolo difficile da raccontare, soprattutto a volerlo raccontare come secolo “unitario”. Eric John Hobsbawm ci si è provato con il suo Il secolo breve, forse il testo di storia contemporanea più noto in Italia. Che cos’è il Novecento di Hobsbawm? Come ha scritto
Charles S. Maier “nell’ottica di Hobsbawm questo secolo breve può essere considerato un ‘sandwich’ storico in cui due epoche di crisi circondano una generazione caratterizzata da crescita economica prolungata e trasformazione pacifica” (Charles S. Maier, Secolo corto o epoca lunga? L’unità storica dell’età industriale e le trasformazioni della territorialità, in Novecento. I tempi della storia, a cura di Claudio Pavone, Donzelli, Roma 1999, p. 33)
Non credo che sia un tentativo non riuscito quello proposto da Hobsbawm solo che non è il Novecento o lo è solo a patto di dimenticarci molte cose. Queste molte cose sono rappresentate dall’identità delle destre in Europa; dalla persistenza delle paure urbane; dalla diffusione delle credenze collettive fondate sulle dicerie; dalla periodica riscrittura del passato. In breve quella sintesi, volutamente tagliata, elimina troppe cose per far sì che poi il ritratto del secolo che ci troviamo di fronte sia davvero il Novecento. Un secolo che spesso viene descritto come il calco negativo rispetto all’Ottocento ordinato, ma che invece va anche colto come il lungo percorso di compimento delle inquietudini, delle molte realtà sommerse che iniziano a circolare nella seconda metà del XIX secolo, per trovare una prima raffigurazione nella prima metà del Novecento e poi essere rimeditate nei decenni successivi. Ma anche così si può dire che il Novecento sia un secolo vissuto due volte, la prima come atto e la seconda come bilancio retrospettivo? Non che in questo doppio passaggio si riscrive prima ancora di ripercorrere il passato prossimo?
Non è solo un problema di completezza dei dati o di possibilità di tenere insieme le cose. Intraprendere la narrazione della storia-mondo non significa scrivere un manuale di tutti gli avvenimenti, ma avere uno sguardo capace di fare fuoco su un punto e attraverso quello costruire la scena universale. È quello che per esempio ha provato a fare in diverse occasioni Giuliano Procacci affrontando il tema della “età attuale” fondata sulla condizione globale. Una condizione che obbliga a riconsiderare non solo un sistema-mondo, ma anche a riscrivere gli snodi della storia contemporanea. È un’intuizione che Procacci ha a metà degli anni ’70 quando lo studio della guerra italo-etiopica – apparentemente un fatto marginale – lo conduce a studiare quell’evento come analisi dei mondi culturali e politici che con quell’evento si misurano: così dapprima studia il movimento socialista internazionale, poi il sistema economico e politico occidentale per includervi anche il mondo dei colonizzati e Giappone e Cina.
È anche per questo che forse il Novecento più che come sintesi si comprende per frammenti”. Per testi specifici, percorsi biografici definiti e anche sensibilità di parole o di immagini che appartengono non a tutti, ma che talora si impongono come parole universali. Del resto che cosa sono le parole di Primo Levi o quelle ricomposte da Nuto Revelli se non un modo di ricomporre un secolo in cui la propria voce ha il senso di prestarsi a qualcuno il cui percorso di vita sarebbe letteralmente non esistito se non in forza e in conseguenza del loro atto successivo di memoria. E lo stesso vale per il tema della memoria, del farsi pubblico della storia, di come noi rileggiamo il passato, il “nostro” passato e siamo portati a confrontarci e anche a scontrarci con esso. Oppure a ritornare periodicamente sui contenuti sempre mutevoli che riconosciamo al progresso più come auspicio che come concetto. Un’immagine che fa i conti periodicamente con le aspettative del futuro riparametrate ai bilanci del presente e alla comparazione con le attese che nel passato caricavano un’idea di futuro che si è fatta tempo attuale e pure non riesce mai a essere realizzazione, ma differenza.
Anche per questo conviene ripensarlo per frammenti.
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