Ragazzi violenti. Quale intervento educativo



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Belli senz’anima

Pubblicato sul n. 1-2/2018 della rivista “Articolo 33″

 

Come reagire di fronte ai comportamenti violenti degli adolescenti? Le difficoltà delle famiglie. La solitudine della scuola. L’importanza della relazione educativa e del coinvolgimento emotivo e razionale

 

Di Paola Parlato

 

Baby gang dal coltello facile, bullismo e cyberbullismo, videodipendenza, indolenza, ignoranza, assenza di valori. È il ricorrente repertorio di espressioni usate per definire un certo universo giovanile. Le cronache degli ultimi anni quasi quotidianamente ci rimandano il quadro allarmante di una violenza spesso cieca e del tutto immotivata. Ragazzi sempre più giovani – si tratta spesso di bambini – sono alla continua ricerca di emozioni forti che solo l’aggressività sembra garantire. I comportamenti violenti non sono solo quelli “estremi”, spesso sono l’indifferenza beffarda con cui si prende in giro lo “sfigato” o si ignora il vecchietto malfermo nella corsa al posto a sedere in metro.

La violenza dunque è sempre più diffusa tra i ragazzi, gli egoismi prevalgono sempre più sull’empatia e la solidarietà e i modelli di vita di coerenza e rettitudine sono stati soppiantati da modelli improntati all’affermazione del sé, alla spregiudicatezza e all’avventurismo senza scrupoli. Se interrogati sui loro comportamenti i ragazzi non mostrano vergogna o pentimento, ma una sorta di ingenuità, come se non si rendessero conto della gravità della trasgressione, come se non fossero consapevoli del mondo intorno, dell’altro, della necessità di condividere codici e regole; sembrano esistenze bidimensionali, prive di spessore cognitivo ed emotivo.
Impegno, ideali, passioni forti sono appannaggio di pochi ragazzi, spesso considerati dai coetanei strani e diversi.
Il fenomeno è oggetto di attenzione e di studio da parte di psicologi e di sociologi, che mettono correttamente al centro dell’analisi i condizionamenti di un sistema incapace di offrire speranze e prospettive di lungo termine, di presentare modelli di vita e di pensiero credibili.

 

Aiutare i giovani a crescere

L’aspetto che ancora troppo poco, o troppo genericamente, viene preso in considerazione è il ruolo dell’educazione. Al di là di generiche istanze teoriche mancano forse volontà forti e strumenti efficaci da parte degli adulti di riferimento, anzi molto spesso certe drammatiche realtà rimangono ad essi sconosciute. La famiglia appare condizionata, sempre più spesso i genitori sono incapaci di dire ai figli i necessari “no” e al tempo stesso sono ossessionati dal bisogno di offrire loro cose, beni materiali che non facciano sentire i ragazzi inadeguati rispetto al contesto
in cui vivono; non di rado per compensare le assenze o le inadeguatezze che pensano di avere.
“La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti”, scriveva don Milani. L’altra più importante agenzia educativa è infatti la scuola, che presenta oggi carenze ancora più significative e vive una forte crisi di ruolo. Soprattutto la scuola secondaria continua a percepire come dicotomia l’istruire e l’educare.
L’apprendimento delle discipline, nell’epoca dell’oggettività, delle griglie e dei protocolli, appare più che mai scisso dall’idea di una formazione a tutto tondo in cui, come recitava una efficace nenia degli anni passati, sapere, saper fare e saper essere sono componenti inscindibili della testa ben fatta invocata da Edgar Morin.
Oggi più che mai appare necessario porre una maggiore attenzione alla relazione educativa, dentro e fuori la scuola. Questa non è un elemento marginale ma il cuore stesso dell’esperienza del formare. La costruzione del sé si realizza grazie all’incontro con l’altro, attraverso questo percorso si impara a riconoscere affinità e differenze, si impara a riconoscere e rispettare le identità altre.
Nella relazione educativa, nella famiglia come nella scuola, se le figure adulte interagiscono in modo positivo, il ragazzo è al centro di una complessa rete di rapporti, dove il suo microcosmo si intreccia con il contesto più ampio dell’ambiente, della società, della cultura in cui vive. Nel riconoscersi riconosce l’altro, che acquista spessore e concretezza. Quindi se fondamentale è la relazione con l’adulto educante, altrettanto
importante è il rapporto con il gruppo dei pari, di cui l’adulto deve essere mediatore e facilitatore. Perché, come sostiene Carl Rogers, la relazione educativa si compie come relazione di aiuto, cioè come un rapporto in cui una persona si attiva per facilitare la crescita e la maturità dell’altro, che non si configura come soggetto da manipolare, ma come persona capace di autocompimento e di autorealizzazione.
Su questo aspetto è intervenuta la Direttiva ministeriale n. 16 del 5 febbraio 2007, che opportunamente mette al centro “la valorizzazione della persona, la crescita e lo sviluppo educativo, cognitivo e sociale del singolo discente mediante percorsi di apprendimento individualizzati e interconnessi con la realtà sociale del territorio, la cooperazione, la promozione della cultura della legalità e del benessere dei bambini e degli adolescenti”. E la maturazione degli adolescenti viene definita “introiezione lenta e profonda della conoscenza che acquista significato se diventa contemporaneamente opportunità per l’assunzione di comportamenti consapevoli e responsabili, dando luogo a quel processo, progressivo e ‘faticoso’, di assimilazione critica del reale.”
Il problema resta la progettazione di specifici curricoli didattici ispirati a queste istanze, ma questo compito non può essere genericamente sotteso all’attività dell’insegnante, affidato alla sua personale sensibilità e competenza, deve essere oggetto di insegnamento consapevole, intenzionale e esplicito; deve prevedere la conoscenza delle strutture cognitive ed emotive dei bambini e dei ragazzi e di metodologie didattiche
ad hoc.
Non è possibile una acquisizione di competenze puramente razionale, ma gli obiettivi devono intrecciare la crescita cognitiva con quella emotivo-affettiva, senza la quale non nasce né la motivazione ad apprendere, né lo sviluppo sereno della personalità dell’alunno.
Per questo il docente deve porsi già con i bambini più piccoli come facilitatore nella vita del gruppo-classe e promuovere la centralità dell’alunno come soggetto attivo di apprendimento, attraverso metodi cooperativi come il gioco corporeo, il circle time, il lavoro di gruppo, le conversazioni guidate. Nella scuola primaria si può proporre un intreccio di linguaggi, per legare la graduale acquisizione di competenze disciplinari, attraverso l’approccio motivazionale, allo sviluppo armonioso della personalità.
È necessario che i ragazzi imparino, crescendo, ad amare se stessi per realizzare davvero la valorizzazione delle diversità e la messa in discussione degli stereotipi. È importante infatti capire che l’educazione all’affettività è un processo continuo e mai compiuto, poiché
l’affettività di ciascuno muta per tutto il corso della vita ed è luogo di educazione permanente.
In questo processo il docente deve essere capace di ascolto e di empatia, ma anche di fornire gli stimoli giusti per accompagnare gli alunni lungo il cammino della conoscenza di sé, della costruzione della propria identità e del rafforzamento dell’autostima. Soprattutto le esperienze di tipo laboratoriale sono momenti di grande efficacia, perché consentono una naturale dialettica dell’operare e del riflettere. I percorsi di
narrazione del sé, la riflessione individuale e collettiva, il confronto delle idee devono essere strumenti della metodologia didattica trasversali a tutte le discipline e a tutti gli stadi di sviluppo dei ragazzi.
In particolare la modalità di relazione circolare, che può essere impiegata in tutte le attività che vengono proposte, oltre a essere una delle metodologie più efficaci nell’educazione socio-affettiva, potenzia enormemente il coinvolgimento e la partecipazione, perché obbliga tutti a mettersi in gioco, ad assumersi la responsabilità di esporsi, con le proprie emozioni come con le proprie idee; i ragazzi sono stimolati al ragionamento e all’autonomia critica, sviluppando atteggiamenti interpersonali positivi e acquisendo competenze sociali quali la capacità di ascolto attivo, di empatia, di cooperazione.

 

Elogio della lentezza

Ma gli insegnanti, soprattutto quelli della scuola secondaria, sono – o si percepiscono – sempre più stretti nella morsa dei programmi, dei tempi, dei rituali burocratici. La discussione fra colleghi, il confronto delle idee, degli approcci metodologici, la progettazione condivisa di percorsi e proposte didattiche sono sempre più chimere via via che aumenta il livello degli studi e l’età degli alunni.
Eppure è noto che è proprio l’adolescenza, l’età dello smarrimento e della fragilità, un’età in cui i ragazzi comunicano più nel gruppo che in famiglia e sarebbero più “raggiungibili” da una scuola più attenta ai loro problemi. La scuola potrebbe essere osservatorio privilegiato
e terreno fertile di ascolto e di intervento con una generazione che fatica a manifestare la sue difficoltà.
I contenuti disciplinari, intesi come conoscenze formative, come mezzi e non come fini dell’apprendimento, possono essere essi stessi ottimi strumenti per tutto quanto si diceva sopra.
La lettura di un autore, il confronto delle analisi e delle interpretazioni, la produzione scritta individuale e collettiva sono momenti di didattica viva; lo sforzo di interpretazione del presente attraverso i paradigmi dedotti dallo studio di particolari momenti del passato; la riflessione sulle inquietudini e le contraddizioni del quotidiano alla luce del pensiero filosofico dei secoli passati sono solo alcuni esempi di come si possa allestire un laboratorio di letteratura, di storia o di filosofia affiancando alle conoscenze stimoli che rendano i ragazzi protagonisti del loro
apprendimento e dei saperi. Si tratta di progettare percorsi di conoscenza e costruzione del sé attraverso il confronto e la negoziazione dei significati, percorsi di addestramento alla cittadinanza attiva e alla democrazia che, in larga misura, mettono i giovani al riparo dalle pericolose
derive cui stiamo assistendo. Ma qui si riapre l’annosa questione: chi forma il formatore?

 



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