In ricordo di Elie Wiesel (1928-2016)

Homo homini lupus

 

Si è spento a 87 anni, il 2 luglio scorso, Elie Wiesel, premio nobel per la pace e attivista infaticabile per i diritti umani. Con lui si spegne un altro testimone della Shoah. Wiesel infatti fu deportato nel 1944 insieme alla sua famiglia. Sopravvisse a Buchenwald e riuscì a ricongiungersi dopo la guerra con due sorelle. I genitori e l’altra sorella furono uccisi.

In questi giorni in cui la follia umana non ci risparmia efferatezze e ferocia, vogliamo ricordarlo con un brano tratto da un suo romanzo che descrive con pennellate essenziali l’agghiacciante montare della paura delle vittime di un pogrom.

(a cura di David Baldini)

 

 

“Le ore passavano lente, pesanti, snervanti. L’attesa del pericolo, l’anticipazione della sciagura, sapete cosa vuol dire, cittadino magistrato? Sapete cosa vuol dire aspettare il massacro, voi che non aspettate mai?

Mia madre distribuì delle tartine che era riuscita non so come a preparare e a infilare in un sacco di tela; i tre studenti furono i soli ad assaggiarle. Mio padre non le toccò, e io neppure.

Poi il sole scomparve e fu come se un amico ci avesse lasciato. Mio padre sussurrò:

– È l’ora di minchà [funzione del pomeriggio, n.d.r.]

Gli uomini recitarono la preghiera a voce così bassa che non sentii nulla. L’oscurità divenne totale e io toccai il braccio di mia madre per assicurarmi che non mi avesse abbandonato.

– Paltiel, di’ lo Shemà [preghiera fondamentale della fede ebraica, n.d.r.] – mi ordinò mio padre con un fil di voce. – Per il fatto che il nemico è vicino non è che devi allontanarti da Dio!

Ubbidii. Questa preghiera la sapevo a memoria – la so ancora – per averla recitata tutte le mattine e tutte le sere. Reb Gamliel sosteneva che allontanasse i demoni: l’avremmo visto subito.

Improvvisamente ci irrigidimmo tutti. Strani rumori, nati, o piuttosto emessi dal silenzio, si avvicinavano al quartiere ebraico. Il mio cuore – o era il cuore di mio padre? – batteva così forte che rischiava di svegliare tutta la città. L’ignoto stava per manifestarsi, l’ignoto stava per impadronirsi della mia immaginazione e per imprigionarla. Stavo per imparare di che cosa sono capaci gli uomini. La loro follia stava per fare irruzione nel nostro universo: follia nera e piena di odio, follia selvaggia, assetata di sangue e di morte. Si avvicinava lentamente, sornionamente, a piccoli passi, come un branco di belve intorno a una preda già vinta dallo spavento.

A un tratto si scatenò. Un grido, sorto dal profondo, squarciò il silenzio e le tenebre: Morte agli ebrei! Fu ripreso da innumerevoli bocche ripercosso fino ai sobborghi della città e poi, al di là delle foreste, fino ai confini della Terra. Penetrò gli alberi e le pietre, i fiumi e le rocce, l’inferno e il paradiso; angeli e animali lo trasmisero, gemendo o sghignazzando, per offrirlo al trono celeste in ricordo di un’avventura finita male, un insuccesso a livello della creazione… Morte agli ebrei! Queste tre parole, improvvisamente, fra tutte quelle usate dagli uomini, significarono qualcosa, qualcosa di reale, di immediato, di vero. A udirle, a subirle, a sentirle devastarmi il cervello, ebbi male agli orecchi, male agli occhi, male dappertutto. Non potei controllare i miei tremiti, mi rannicchiai contro mia madre; lei mi strinse al petto e, a causa mia, cominciò anche lei a tremare. Io avrei voluto sentire il braccio di mio padre sulla mia testa o sulle mie spalle, ma era seduto più lontano, troppo lontano. Meglio così, in fondo: mi sarei vergognato di confessargli la mia debolezza. E poi, a cosa sarebbe servito? Preferii nascondermi. Desiderai essere paralizzato o morto. Mi battevano i denti ed ero persuaso di far più rumore che il pogrom fuori.

Esso era già arrivato nella nostra strada. Grida di terrore, rantoli, lamenti strazianti di donne violentate, invocazioni di aiuto. E le urla dei saccheggiatori, degli assassini, degli spogliatori di cadaveri. Il loro odio, la loro esultanza si frangevano contro le nostre case. Chi viveva ancora? Chi aveva cessato di vivere? Mi venivano in mente le preghiere del Giorno del Grande Perdono: qualcuno – Dio? – stava per consultare il suo registro allo scopo di contrassegnare un nome e di depennarne un altro.

Il tumulto si faceva sempre più vicino; eccolo nel cortile della nostra casa, eccolo nella nostra casa. Confusione. Vetri infranti, piatti rotti, armadi spaccati a colpi d’ascia: Morte agli ebrei, morte agli ebrei! La voce di un ubriaco scatenato: “Ehi, ebreucci, dove vi nascondete? Uscite, fateci vedere le vostre sporche facce! Sono fuggiti! Ah, vigliacchi! Canaglie!”. Un’altra voce: “Ma sono peggio… peggio delle bestie! Si sono portati via i soldi!”. La prima voce: “Ecco come sono gli ebrei: solo il denaro gli interessa!”. Un’altra voce: “Farci questo, a noi!”. Un’altra voce: “A meno che il gruppo di Ivan non sia già passato…”.

Saccheggiarono la casa e poi se ne andarono lanciando grida selvagge. […]

– È un miracolo! Un vero miracolo, Reb Gershon! Erano lì, vicinissimi, e Dio li ha resi sordi e ciechi…

– … e noi ci ha resi muti – disse un altro studente.

– … come in Egitto anticamente – rispose il mio futuro cognato. – Grazie Reb Gershom, di aver suscitato questo miracolo!

– È troppo presto per rallegrarci; – disse mio padre – possono ancora tornare”.

 

(Da E. Wiesel, Il testamento di un poeta ebreo assassinato, Bompiani, Milano 1991)

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