Apprendere e fare cultura nel web

Diamo qui uno stralcio dell’intervista a Giovanni Solimine di Loredana Fasciolo che sarà pubblicata nel numero 3-4 (marzo aprile) di Articolo 33.

 

La rete offre grandi possibilità e presenta grandi rischi. Dipende da come si usa. L’importanza di ordinare e contestualizzare le frammentate conoscenze apprese sul web. L’uso delle tecnologie nella didattica

 

L’HO IMPARATO SU INTERNET

Questi primi 50 anni di internet hanno prodotto nella società dei cambiamenti profondi tra i quali ciò che lei definisce la “cultura orizzontale”. Cosa intende esattamente con questa espressione?

Oggi la trasmissione culturale avviene per via orizzontale, in un contesto che sembra offrire pari opportunità e che quindi non è più condizionato dalle gerarchie del passato, che si fondavano su un rapporto verticale tra chi sapeva e chi doveva apprendere. Nel libro riportiamo un brano di Bauman, nel quale si ricorda che storicamente la “cultura” ha avuto una missione di proselitismo, finalizzata a educare le masse e raffinarne i costumi: gli “strati bassi della società” dovevano elevarsi.

Oggi forse siamo caduti nell’eccesso opposto: si assiste al rifiuto delle competenze e si disconosce il ruolo degli “esperti”. Tutti noi abbiamo l’illusione che, a partire da poche e banali notizie recuperate sul web, possiamo saperne quanto basta. Tutti possiamo presumere di essere esperti di qualsiasi cosa.

Sembra che il prestigio dei mediatori, almeno quelli tradizionali, sia scomparso. Gli insegnanti e i giornalisti sembra siano stati sostituiti dagli influencers, dagli opinionisti che sicuramente non sono degli esperti… chiunque può diventare tale sui social!

Il problema è proprio questo. I mediatori non avevano solo il compito di trasmettere e di favorire l’incontro fra domanda e offerta di cultura, erano anche i garanti dell’attendibilità delle fonti e avevano il compito di selezionare all’interno della produzione culturale ed editoriale ciò che di volta in volta era più pertinente alla soddisfazione delle diverse esigenze. Questa funzione sarebbe ancora più necessaria oggi, di fronte alla crescita esponenziale della documentazione prodotta.

Gli influencer hanno acquisito un potere enorme e sono in grado di mobilitare masse di seguaci verso le tematiche più varie e di condizionarne le scelte perché vengono percepiti come familiari, intimi, vicini a noi, uguali a noi: per questo motivo un loro consiglio, un loro parere, viene sentito come più affidabile di quello di un ignoto esperto. Anche quando si tratta di pubblicità occulta.

In tempi di “società liquida” e di “cultura orizzontale” esiste, secondo lei, una correlazione tra l’uso dei nuovi media e una minor fiducia nella politica, nelle istituzioni, nella democrazia?

La comunicazione diretta e immediata, la tentazione del fai-da-te, la tendenza alla disintermediazione e tutto l’ecosistema della rete finisce con il favorire una tentazione all’autosufficienza e quindi con l’indebolire il ruolo della politica e delle istituzioni, che hanno essenzialmente una funzione di mediazione. Eppure, potrebbe accadere il contrario: la rete potrebbe essere un potente strumento con il quale favorire la partecipazione democratica.

Ma la rete incrocia i destini della politica in tanti modi e a volte lo fa negativamente. Il dibattito sulle fake news e sulla post-verità, i timori per le interferenze nelle scelte che compiamo quotidianamente negli ambiti più diversi (dai consumi alla salute, dalla finanza all’alimentazione, fino ai comportamenti elettorali) sono all’ordine del giorno. Ma è importante non fare confusione tra la rete in sé, che non va demonizzata, e il modo in cui la utilizziamo.

L’intera intervista sarà pubblicata nel numero 3-4  (marzo aprile) di Articolo 33.

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