Ruoli e (ir)responsabilità della comunicazione in situazioni di emergenza: il caso Coronavirus e lo specchio deformante dei media

Sarà pubblicata nel prossimo numero di Articolo 33 un’intervista a Mario Morcellini, commissario Agcom e consigliere alla comunicazione di Sapienza Università di Roma, esperto di comunicazioni e reti digitali, sull’importanza del ruolo e della responsabilità dei media in un contesto come quello che stiamo vivendo in questi giorni: l’emergenza.

Considerata l’estrema attualità abbiamo deciso di darvene un’anteprima.
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Ruoli e (ir)responsabilità della comunicazione in situazioni di emergenza: il caso Coronavirus e lo specchio deformante dei media
Intervista di Elisa Spadaro a Mario Morcellini

Emergenza: che lo vogliamo o no, che ci crediamo o no, questa è la parola che meglio contraddistingue la situazione che il nostro Paese, tutto il Mondo, stanno vivendo adesso. Una emergenza che non è solo sanitaria ma che è anche e soprattutto sociale, con risvolti importanti su ogni aspetto della nostra vita.

Ce lo siamo domandati all’inizio e ce stiamo continuando a chiedere: che ruolo hanno giocato i media in questa partita? Qual è stata la loro responsabilità? Qual è il loro ruolo nelle situazioni di emergenza? Lo abbiamo chiesto a Mario Morcellini, Commissario Agcom e consigliere alla comunicazione di Sapienza Università di Roma, esperto di comunicazioni e reti digitali.

“Grazie per aver posto la parola emergenza nell’incipit di questa intervista; è tempestiva e intelligente. Questa precisazione è parte integrante del concetto in quanto la struttura di ogni domanda condiziona ogni risposta e ciò si rivela un grande problema per la comunicazione di oggi. Se un giornalista fa una domanda demenziale è difficile che la risposta possa essere intelligente. E ci tengo a dirlo in apertura perché non è affatto una banalità: se ci pensiamo bene, in tv la riduzione dei tempi e la fretta dei format, favoriscono le domande superficiali, più di quelle intelligenti. Impossibile che questo non abbia riscontri nello stile cognitivo dei pubblici.

Torniamo però al nostro tema, l’emergenza è una situazione molto interessante per gli esseri umani perché dà la possibilità di misurarsi con la forza delle abitudini, che rischiano di diventare altrimenti routine implacabili. Come se gli esseri umani fossero loro stessi le loro abitudini. Lo diventano sempre più in situazioni di paura e dunque di scarsa lucidità nel valutare la possibilità statistica dei rischi nel tempo moderno; ricordo che essa è molto inferiore rispetto ai rischi tipici dei secoli precedenti. Questa è la prima società nella storia degli uomini in cui, anche grazie alla tecnologia, c’è più sicurezza che in passato eppure noi risultiamo molto più insicuri. Considerando che la vera variabile performativa del cambiamento contemporaneo è la comunicazione, è impossibile non collegare la prima causa di tutto ciò ai media, o meglio al cattivo lavoro di alcuni dei suoi professionisti.

Del resto, i media nascono per far compagnia ai pubblici al tempo del cambiamento; è chiaro allora che se i media non aiutano più gli uomini a elaborare il cambiamento significa che accendono i loro animi, contribuiscono all’ipertensione, come se la nostra vita non fosse già di per sè iperstimolata.

L’emergenza presenta un’altra importantissima conseguenza, quella di ricordarci la nostra finitudine. Gli esseri umani si sentono sventatamente simili a un dio (per fortuna con la minuscola); si credono forti, mentre la realtà continuamente ci ricorda che siamo macchine difettose. Impossibile non annotare che il digitale li incoraggia in questa convinzione. E allora tutto quello che mette in discussione la nostra sopravvivenza, territorio del nostro corpo e delle connesse rivendicazioni, finisce per diventate inaccettabile. Una straordinaria ingenuità perché è come dimenticare che gli esseri umani sono nati, vissuti e scomparsi per la buona ragione che, essi “sono condannati a morte”.

Su questa percezione di forza, occorre chiamare in causa i media, soprattutto quelli che accecano i loro pubblici con notizie gridate e apocalittiche. Quasi che il sole non sorgerà il giorno successivo. Quello che serve agli operatori pubblici dell’emergenza è invece saper miscelare rassicurazione, educazione alla crisi e fatti di cronaca. Non è una professione equilibrata quella che punta alla drammatizzazione e anzi diventa irresponsabile in situazioni di crisi.”

In particolare in questa emergenza sanitaria come si stanno comportando i media?

“Nella situazione che stiamo vivendo, il comportamento dei media non è stato peggio di altri momenti in cui hanno dovuto affrontare emergenze, anzi. Se pensiamo al cattivo lavoro che i media hanno fatto sulla cronaca nera in generale, sui migranti e sul terrorismo, ci sono persino prove che inducono a pensare che questa volta, più che in altre occasioni, abbiano abbastanza presto avviato un lavoro di autoriflessione sul loro ruolo, spinti dagli studiosi e della stessa opinione pubblica. E questa è una nota positiva perché dalla crisi si può uscire se hai un progetto. Altrimenti, fai parte del problema virus. E i giornali italiani sono familiarizzati al virus. Troppo a lungo sono stati generosi propagatori della paura, costruendo un’amplificazione percettiva che è all’origine dell’aumento delle nostre insicurezze. Non è una causa diretta ed esclusiva, ma certamente lo diventa sul piano comparativo col passato: se si costruisce uno stile comunicativo emotivo, ispirato alla messa in scena di storie e necrologie, ne consegue che si finisce per alterare il rapporto tra realtà e rappresentazione. Anche questa volta i media hanno aumentato a dismisura lo spazio della percezione creando una inutile bolla comunicazionale inutile e spesso dannosa. Come hanno fatto del resto per i migranti. E qui, occorre fermarci per segnalare qualcosa che la dice lunga su di noi: sui migranti non c’è stata una risposta pubblica adeguata, perché sono un soggetto senza tutela e non possono replicare alla cattiva informazione. Ecco così che, all’improvviso, quando la paura ci lambisce, allora ci si accorge che i media non funzionano esattamente da elemento che deve concorrere alla rassicurazione.

È fondamentale anche ricordare il passaggio storico in cui l’Italia si trovava quando è stata inondata dall’emergenza sanitaria dal Covid 19. Ha rappresentato un colpo per le nostre aspettative e sicurezze quotidiane, ma ancor più per il nostro sistema sanitario chiaramente più apprezzato nelle situazioni d’emergenza. Come se per dare un giudizio di qualità dovessimo per forza aspettare epidemie come questa.”

Il resto dell’intervista sarà disponibile nel numero di marzo aprile di Articolo 33.

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